Un’ondata di indignazione ha travolto il mondo dei social e dell’attivismo dopo la diffusione delle carte giudiziarie riguardanti tre note figure del femminismo italiano: Carlotta Vagnoli, Benedetta Sabene e Valeria Fonte. Le tre donne sono indagate per stalking e diffamazione aggravata, in seguito a una lunga attività online fatta, secondo gli inquirenti, di insulti, minacce e campagne di denigrazione dirette contro politici, giornalisti e personaggi pubblici di primo piano.
Dalle indagini condotte dalla Procura emergono migliaia di messaggi e commenti pubblicati su piattaforme come X, Instagram e Telegram, dove le attiviste avrebbero preso di mira figure istituzionali come il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e la scrittrice Michela Murgia, oltre ad altri esponenti del mondo politico e culturale. Un flusso costante di post, talvolta costruiti come ironie o “denunce morali”, ma che in più occasioni sarebbero sfociati in veri e propri attacchi personali.
Le tre donne, divenute volti noti del femminismo digitale, avrebbero utilizzato i social come arma di pressione e discredito, costruendo una rete di follower fedeli e mobilitati per amplificare i loro messaggi. Il linguaggio, spesso intriso di rabbia e sarcasmo, avrebbe superato i limiti del dibattito civile, trasformandosi in una campagna sistematica di aggressione verbale.
Le carte depositate dai magistrati raccontano un quadro inquietante: insulti rivolti a rappresentanti delle istituzioni, accuse infondate, e persino minacce velate. Alcuni dei messaggi, scrivono i pm, avrebbero avuto “un chiaro intento intimidatorio”, tanto da generare un clima di ostilità e timore tra le persone colpite.
Dietro la patina dell’attivismo, sostengono gli inquirenti, si celerebbe un meccanismo di potere costruito sui social, in cui l’odio diventava linguaggio di consenso. Chiunque esprimesse opinioni contrarie rischiava di essere “massacrato” online, sommerso da insulti o accuse di sessismo, razzismo e complicità patriarcale.
Il caso ha scatenato un dibattito acceso anche all’interno del mondo femminista. Alcune voci hanno difeso le tre indagate, sostenendo che si tratti di un tentativo di silenziare attiviste scomode; altre, invece, hanno preso le distanze, denunciando il rischio di trasformare la battaglia per i diritti in un’arena di odio digitale.
Gli esperti di comunicazione e diritto penale sottolineano come il confine tra libertà di espressione e violenza verbale stia diventando sempre più sottile. L’uso dei social come strumento politico, privo di filtri e moderazione, amplifica i toni e alimenta quella che viene ormai definita una “cultura della gogna virtuale”.
Particolarmente significativo il fatto che tra i bersagli figurino anche persone che hanno dedicato la loro vita al dialogo e all’impegno civile, come Mattarella e Murgia. Un segnale, secondo gli osservatori, di un clima sempre più polarizzato in cui il dissenso si traduce facilmente in disprezzo.
Le indagini, durate diversi mesi, hanno raccolto un’enorme mole di materiale digitale: post, messaggi privati, registrazioni vocali e screenshot di conversazioni. Tutto confluito in un fascicolo che delinea un quadro complesso, dove la militanza femminista si intreccia con la strategia della provocazione e del conflitto permanente.
Il procedimento giudiziario è ancora in corso, ma la vicenda ha già acceso i riflettori su un tema più ampio: l’etica della comunicazione online e la responsabilità di chi dispone di un vasto pubblico. Perché dietro ogni tweet o commento virale ci sono conseguenze reali, spesso devastanti, per chi ne diventa bersaglio.
Il caso delle tre attiviste mette così in discussione il ruolo stesso dei social come spazio di libertà e partecipazione. Da strumento di emancipazione, la rete rischia di trasformarsi in un’arena di violenza verbale dove la lotta per i diritti si confonde con la cultura dell’insulto.
Mentre la magistratura prosegue il suo lavoro, la società civile è chiamata a una riflessione più profonda: è possibile difendere le proprie idee senza distruggere chi la pensa diversamente?