Le strade di Rio de Janeiro si sono trasformate in un campo di battaglia. Colpi di arma da fuoco, esplosioni, barricate in fiamme e droni carichi di ordigni hanno devastato per ore le favelas della zona nord della città. Un’operazione di polizia senza precedenti, scattata all’alba, ha lasciato dietro di sé un bilancio drammatico: oltre 60 morti, tra cui quattro agenti, decine di feriti e più di 80 arresti.
Il maxi-blitz, che ha coinvolto 2.500 agenti armati, aveva come obiettivo la cattura di alcuni capi del Comando Vermelho (CV), la più potente e spietata organizzazione criminale del Brasile, responsabile del traffico di droga in gran parte del Paese. Il cuore dell’operazione si è concentrato nei Complessi di Alemão e Penha, due delle aree più difficili di Rio, dove da anni i narcos impongono la propria legge.
Le immagini che arrivano dalle favelas sembrano tratte da un film di guerra. Blindati in fiamme, colonne di fumo, civili in fuga. Le raffiche di mitra hanno riecheggiato per ore tra le stradine strette, mentre la polizia cercava di avanzare demolendo le barricate costruite dai criminali. Sul campo, oltre ai 32 veicoli corazzati, sono stati impiegati anche 12 mezzi da demolizione per abbattere gli ostacoli e aprire un varco verso il cuore dei quartieri controllati dalle bande.
Il governatore dello Stato di Rio, Claudio Castro, ha definito l’operazione “la più imponente nella storia recente della città” e ha parlato di “una guerra necessaria contro chi tiene in ostaggio migliaia di persone”. Secondo le autorità, l’azione è stata pianificata da settimane dopo che l’intelligence aveva scoperto un piano del Comando Vermelho per espandersi nelle favelas dei gruppi rivali e in altri Stati del Brasile.
Ma la reazione dei narcos è stata immediata e feroce. I membri del CV hanno risposto con armi automatiche, granate e perfino droni carichi di esplosivi. In alcune zone, come riferiscono i media locali, gli abitanti sono rimasti bloccati nelle proprie case per ore, mentre nelle strade si combatteva metro dopo metro.
Dopo i primi scontri, la città ha vissuto momenti di caos. In segno di rappresaglia, uomini del Comando Vermelho hanno bloccato strade, incendiato autobus e sabotato linee elettriche in diversi punti della metropoli, dal centro storico fino ai quartieri settentrionali. Le autorità municipali hanno chiuso 45 scuole e sospeso le attività in tutti gli ambulatori e i centri sanitari dell’area colpita.
Nel complesso dell’operazione, la polizia ha sequestrato 42 fucili d’assalto, pistole, ingenti quantità di droga e denaro contante. Gli agenti hanno arrestato decine di sospetti, tra cui alcuni presunti luogotenenti del CV. Tuttavia, molti capi delle fazioni criminali sarebbero riusciti a fuggire, probabilmente attraverso i tunnel che collegano le diverse favelas.
Il bilancio umano è pesantissimo. Oltre ai morti, si contano centinaia di sfollati, famiglie costrette a lasciare le proprie case distrutte dai colpi di artiglieria. Le organizzazioni umanitarie locali denunciano “una tragedia annunciata”, ricordando che in quelle zone vivono oltre 280.000 persone, spesso in condizioni di estrema povertà e completamente abbandonate dallo Stato.
Le autorità brasiliane difendono la necessità del blitz, sottolineando che senza un intervento massiccio “i cartelli della droga avrebbero esteso il loro potere oltre ogni controllo”. Ma tra gli abitanti di Rio cresce la paura: “Non è più una città, è un fronte di guerra”, raccontano testimoni ai media locali.
Nel frattempo, sui social si moltiplicano i video della battaglia: raffiche di mitra nel buio, esplosioni e urla, mentre i droni della polizia sorvolano i tetti delle baracche. La popolazione chiede pace, ma la guerra al narcotraffico sembra lontana dall’essere vinta.
Il Brasile si risveglia così in un clima di terrore. Le favelas di Rio, da sempre simbolo di contraddizioni e disuguaglianze, tornano a essere l’epicentro di una violenza che non conosce tregua. E mentre i corpi vengono rimossi dalle strade, resta la domanda più inquietante: quante altre vite dovranno essere spezzate prima che la città possa davvero ritrovare la pace?