La Corte d’Appello di Roma ha messo un punto fermo — almeno per ora — in una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi anni: l’assalto alla sede nazionale della CGIL, avvenuto il 9 ottobre 2021 durante la manifestazione “no green pass”. Dopo il rinvio deciso dalla Suprema Corte, i giudici della seconda sezione penale hanno confermato le condanne nei confronti di sei imputati, segnando una nuova tappa nel complesso iter processuale legato a quella giornata di violenza e disordini nel cuore della capitale.
Il tribunale ha inflitto sei anni di reclusione a Fabio Corradetti, Massimiliano Ursino e Massimiliano Petri, mentre Francesco Bellavista, Roberto Borra e Federico Trocino sono stati condannati a quattro anni e mezzo. Tutti erano accusati, a vario titolo, di devastazione aggravata in concorso, resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e istigazione a delinquere.
La decisione della Corte d’Appello arriva in un clima di rinnovata attenzione pubblica verso il rapporto tra dissenso politico, manifestazioni di piazza e tutela delle istituzioni. Le immagini dell’assalto del 2021 — con le bandiere sventolanti, i cancelli forzati e i locali sindacali devastati — rimasero a lungo impresse nella memoria collettiva, diventando il simbolo di un momento in cui la protesta oltrepassò il confine della legalità.
La Procura generale aveva chiesto la conferma integrale delle condanne emesse in primo grado, e la Corte ha sostanzialmente accolto quella linea. Ma la partita giudiziaria non è ancora chiusa. Per figure di primo piano come Roberto Fiore, leader storico dell’estrema destra, l’ex Nar Luigi Aronica e Giuliano Castellino, già noto per il suo ruolo nei movimenti di protesta, il processo d’appello prenderà avvio il 25 novembre.
L’attesa per quella data è alta. Si tratta di personalità che, per il loro passato politico e la visibilità mediatica, rendono il procedimento più di una semplice questione penale: un vero banco di prova per la capacità delle istituzioni di distinguere tra libertà di espressione e incitamento alla violenza.
Gli eventi del 2021, nati da una manifestazione contro le misure sanitarie e il green pass, degenerarono rapidamente. Le forze dell’ordine furono travolte da una folla inferocita che, secondo le ricostruzioni processuali, agì con premeditazione e con un chiaro intento di “colpire un simbolo”. La sede della CGIL, uno dei luoghi storici del movimento dei lavoratori italiani, divenne l’obiettivo di un’azione che non fu solo vandalica, ma anche ideologica: un attacco diretto a un’istituzione ritenuta “nemica” da una parte dei manifestanti.
Le condanne confermate oggi assumono quindi un valore che va oltre il singolo episodio. Rappresentano un segnale di fermezza dello Stato nei confronti di chi trasforma la protesta in violenza organizzata. Tuttavia, le difese degli imputati hanno già annunciato l’intenzione di non fermarsi, prospettando nuovi ricorsi e contestando la proporzionalità delle pene.
Il prossimo capitolo si aprirà, dunque, a fine novembre, quando si tornerà a discutere delle responsabilità dei protagonisti più noti dell’assalto. L’opinione pubblica resta divisa: per alcuni si è trattato di un atto di repressione esemplare, per altri di una sentenza che rischia di criminalizzare l’intero movimento di protesta.
Quel che è certo è che, quattro anni dopo i fatti, l’assalto alla CGIL continua a rappresentare una ferita aperta nella memoria civile del Paese. Non solo per la violenza di quelle ore, ma per ciò che ha significato: il punto di rottura tra il diritto di manifestare e il dovere di rispettare le istituzioni democratiche.
E mentre le aule giudiziarie si preparano a un nuovo atto del processo, resta vivo il dibattito su come l’Italia possa, in futuro, garantire la libertà di protesta senza permettere che la rabbia si trasformi in devastazione.