La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti entra nella sua fase decisiva. Giovedì il Senato è chiamato ad approvare in via definitiva il testo che, una volta pubblicato in Gazzetta Ufficiale, darà ufficialmente il via all’iter per l’indizione del referendum confermativo, atteso entro la fine di marzo del prossimo anno. Si tratta di una delle riforme più discusse del governo, destinata a incidere profondamente sull’assetto dell’ordinamento giudiziario italiano e a ridefinire l’equilibrio tra poteri dello Stato.

Le forze della maggioranza di centrodestra si preparano a celebrare il voto con una mobilitazione politica di ampio respiro. È già in fase di organizzazione la rete dei comitati per il “sì”, che coinvolgerà avvocati, magistrati favorevoli alla riforma, giuristi e rappresentanti della società civile. L’obiettivo dichiarato è quello di proporre un quesito referendario chiaro, diretto e facilmente comprensibile, incentrato sulla volontà di cambiare un sistema giudiziario percepito da molti come lento e autoreferenziale.

Fonti parlamentari non escludono, subito dopo l’approvazione in Aula, una manifestazione simbolica o un flash mob davanti a Palazzo Madama, come già accaduto dopo il primo via libera della Camera. La premier Giorgia Meloni, pur evitando una sovraesposizione personale, sosterrà la riforma in modo indiretto, lasciando che siano ministri, giuristi e figure di rilievo della coalizione a guidare la campagna. La scelta mira a dare al voto un profilo istituzionale e a non trasformarlo in un referendum sulla leadership del governo.

Parallelamente, cresce la tensione con la magistratura associata. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha avviato una propria campagna di sensibilizzazione contro la riforma, giudicata pericolosa per l’indipendenza della magistratura. Il presidente dell’ANM, Cesare Parodi, ha dichiarato che “la partita è ancora aperta” e ha invitato alla mobilitazione della categoria, sottolineando come la separazione delle carriere rischi di “rompere l’unità culturale e professionale della giurisdizione”.

Le reazioni del centrodestra sono state immediate. Da Forza Italia a Fratelli d’Italia, diversi esponenti di governo accusano l’associazione dei magistrati di “superare il limite del proprio ruolo istituzionale”, parlando di una “guerra tra poteri dello Stato” e denunciando l’assenza di quella terzietà che la Costituzione imporrebbe. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato come la magistratura, negli ultimi trent’anni, abbia avuto un impatto significativo sulla vita politica del Paese, “azzoppando alcuni dei suoi protagonisti”.

A rendere ancora più acceso il confronto sono state le parole dello stesso Parodi sulla durata dei processi che coinvolsero Silvio Berlusconi, da lui definita “non degna di un Paese civile”. La dichiarazione, interpretata come un’ammissione tardiva delle storture del sistema, è stata accolta con durezza da Licia Ronzulli di Forza Italia, che ha sottolineato come “riconoscere dopo decenni la gravità di quella vicenda non cancelli l’offensiva giudiziaria subita”.

Il dibattito politico si intreccia con la dimensione simbolica della riforma. Per la maggioranza, la separazione delle carriere rappresenta un passo necessario verso una giustizia più efficiente, trasparente e imparziale, capace di garantire equilibrio tra accusa e difesa. Per l’opposizione e per gran parte della magistratura, invece, il rischio è quello di “indebolire l’autonomia dei giudici” e di introdurre un controllo politico sul pubblico ministero.

Una volta approvata, la riforma sarà sottoposta al giudizio popolare senza possibilità di modifiche ulteriori. Il governo conta di indire il referendum costituzionale entro la primavera 2026, puntando su una campagna che esalti il tema del “diritto dei cittadini a una giustizia equa e veloce”.

Sullo sfondo, resta un clima di contrapposizione crescente tra magistratura e politica. Da una parte, la promessa di un sistema più bilanciato e moderno; dall’altra, il timore di una riforma che possa compromettere l’indipendenza giudiziaria. In mezzo, un Paese che si prepara a esprimersi su una delle questioni più delicate e divisive della sua storia repubblicana.

Il conto alla rovescia è iniziato: la separazione delle carriere entra nella fase decisiva, con il Senato pronto al voto finale e una campagna referendaria che promette di ridisegnare i confini della giustizia italiana.

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