Un caso giudiziario esploso a Milano riporta al centro dell’attenzione i rischi legati all’uso non controllato dell’intelligenza artificiale in ambito forense. Il Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia ha respinto il ricorso di un avvocato che, difendendo una madre contro la bocciatura della figlia al secondo anno di liceo, aveva citato nel proprio atto giuridico una serie di sentenze inesistenti, generate da strumenti di ricerca basati sull’intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato nella decisione, i giudici hanno ritenuto la condotta del legale contraria ai principi di lealtà e correttezza processuale, segnalando il caso all’Ordine degli Avvocati di Milano per le valutazioni disciplinari. Una scelta severa che intende lanciare un messaggio chiaro: la firma su un atto processuale comporta la piena responsabilità del contenuto, anche quando vengono utilizzati strumenti automatizzati o collaboratori esterni.
Nel corso dell’udienza, l’avvocato ha ammesso di essersi affidato a un sistema di intelligenza artificiale per la ricerca giurisprudenziale, precisando che le citazioni errate erano frutto di “risultati generati in modo impreciso” dall’algoritmo. Tuttavia, il Tar ha escluso qualsiasi attenuante, sottolineando che l’uso di queste tecnologie non può in alcun modo esonerare dalla verifica diretta delle fonti.
La decisione della sezione presieduta da Stefano Mielli, con le giudici Concetta Platamura e Silvana Bini, evidenzia come l’inserimento di precedenti giuridici inventati o non pertinenti rappresenti una grave violazione del dovere di probità del difensore. Una condotta di questo tipo, spiegano i magistrati, “introduce elementi potenzialmente in grado di alterare il corretto svolgimento del processo e appesantisce inutilmente l’attività di controllo dei giudici e delle controparti”.
Il caso nasce dal ricorso di una madre che contestava la bocciatura della figlia, ritenendo che l’istituto scolastico non avesse garantito il necessario supporto didattico in relazione alle condizioni di salute della ragazza. Ma il cuore della vicenda si è presto spostato sul comportamento dell’avvocato, che nel tentativo di sostenere la propria tesi ha citato decisioni giudiziarie “non note” o, più semplicemente, inesistenti.
Il Tar ha quindi disposto la trasmissione della sentenza all’Ordine degli Avvocati di Milano, che dovrà aprire un procedimento preliminare entro trenta giorni. In caso di conferma delle irregolarità, il Consiglio distrettuale di disciplina potrà applicare sanzioni che vanno dall’ammonimento alla censura, segnando così uno dei primi casi in Italia in cui un avvocato rischia conseguenze concrete per l’uso improprio di strumenti basati sull’intelligenza artificiale.
Il tema, tuttavia, non è nuovo. In precedenza, i tribunali di Firenze e Torino avevano affrontato situazioni analoghe, ma con esiti meno severi. In un caso, il giudice aveva escluso la lite temeraria poiché l’errore non aveva influito in modo determinante sulla sentenza; in un altro, la sanzione si era limitata al pagamento di somme contenute a favore delle controparti e della Cassa delle Ammende.
A Milano, la posizione appare ora più rigorosa, anche alla luce della “Carta dei principi per un uso consapevole dell’intelligenza artificiale in ambito forense”, redatta nel 2024 dallo stesso Ordine degli Avvocati. Il documento stabilisce che il professionista ha l’obbligo di controllare e verificare i risultati ottenuti tramite sistemi automatizzati, consapevole che tali strumenti possono generare le cosiddette “allucinazioni”, ovvero risultati plausibili ma totalmente inventati.
Il caso milanese si configura dunque come un precedente importante per la professione legale, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale entra sempre più nelle attività quotidiane degli studi professionali. Il messaggio che emerge è netto: la tecnologia può essere un ausilio prezioso, ma non può sostituire il giudizio umano né attenuare la responsabilità diretta del difensore.