PNRR, dieci mesi alla scadenza: l’Italia tra fondi spesi, ritardi e piani per il dopo 2026

Di Alessandro Torrisi ·4 min di lettura

A dieci mesi dalla scadenza formale per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), l’Italia si trova di fronte a un bivio cruciale. Su un totale di 194 miliardi di euro previsti dal piano varato nel 2020, ne sono stati finora utilizzati circa 160, mentre oltre 30 miliardi restano ancora da impiegare. Il ciclo di bilancio in corso e i nuovi documenti di finanza pubblica offrono per la prima volta una fotografia dettagliata dello stato di avanzamento e delle prospettive future di uno dei più ambiziosi programmi di investimento pubblici della storia italiana.

Il PNRR, nato come risposta alla crisi economica generata dalla pandemia, rappresenta una parte significativa del “Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza” dell’Unione Europea. La sua attuazione, tuttavia, si è scontrata con la complessità burocratica, con i ritardi negli appalti e con difficoltà di coordinamento tra ministeri, enti locali e imprese. Alla vigilia del 2026, il governo deve affrontare una doppia sfida: evitare di perdere i fondi non spesi e assicurare continuità agli investimenti anche dopo la scadenza formale del programma.

Gli scenari possibili sono tre. Il primo, il più remoto, prevederebbe la restituzione a Bruxelles delle somme non utilizzate, un’ipotesi che nessun esecutivo sembra disposto a contemplare. Il secondo, altrettanto improbabile, implicherebbe una modifica delle regole europee per consentire un’estensione dei tempi di spesa oltre l’agosto 2026, un processo legislativo complesso che richiederebbe l’unanimità dei 27 Stati membri. Resta dunque la terza opzione, la più realistica: utilizzare un “veicolo finanziario” per continuare a spendere parte dei fondi fino al 2028, mentre altri progetti, pur non completati, potrebbero essere considerati formalmente chiusi con un margine di flessibilità.

Il Documento programmatico di finanza pubblica 2025 evidenzia che le sovvenzioni europee a fondo perduto ammontano complessivamente a 68,9 miliardi di euro, pari al 3,4% del PIL. Tuttavia, la spesa effettiva stimata entro il 2026 si ferma al 3%, lasciando quindi un “avanzo” di circa nove miliardi che potrà confluire nel fondo governativo destinato a progetti ancora in ritardo, come quelli legati all’edilizia universitaria o alla rete idrica nazionale.

La parte più delicata riguarda però i fondi a debito, che ammontano a 122,6 miliardi. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 2025 e il 2026 circa 26 miliardi di spese previste non verranno effettuate nei tempi stabiliti. Si tratta in larga parte di investimenti infrastrutturali e industriali in ritardo, ma la normativa europea consente all’Italia di non restituire automaticamente queste somme. I fondi, infatti, potranno essere mantenuti come prestiti agevolati e riassegnati a progetti differenti, purché coerenti con gli obiettivi strategici dell’Unione.

Un ruolo centrale in questa fase di riorientamento è affidato al ministro Raffaele Fitto, che ha proposto una riprogrammazione complessiva dei fondi di coesione, stimati in oltre 42 miliardi, oggi fermi o in grave ritardo. Il piano punta a destinare queste risorse — insieme ai residui del PNRR — a settori chiave come la competitività industriale, l’energia, la casa, la difesa e la gestione idrica. L’obiettivo è duplice: da un lato, sostenere la crescita economica anche dopo la fine del piano europeo; dall’altro, rispettare le nuove regole del Patto di Stabilità che impongono di mantenere stabili i livelli di investimento pubblico.

Senza la spinta del PNRR, l’Italia rischierebbe una brusca frenata. Nel 2025 la crescita prevista si aggira intorno allo 0,5%, un dato che si regge proprio sugli investimenti legati al piano, stimati in circa quattro miliardi al mese. Se questa spinta dovesse venir meno, il Paese potrebbe entrare negli ultimi mesi della legislatura in una fase di stagnazione o addirittura di recessione.

Il governo, dunque, è chiamato a un esercizio complesso: concludere il PNRR nei tempi tecnici previsti, garantendo allo stesso tempo una continuità finanziaria e strategica agli investimenti pubblici. Dietro i numeri e le scadenze si gioca una partita decisiva per il futuro dell’economia italiana — quella che determinerà se il piano di ripresa sarà ricordato come un’occasione storica colta fino in fondo o come l’ennesima opportunità parzialmente mancata.

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