Nel panorama culturale e politico italiano, pochi intellettuali hanno mantenuto nel tempo una voce tanto coerente quanto critica come quella di Marcello Veneziani. Giornalista, filosofo e scrittore, classe 1955, Veneziani è uno degli ultimi pensatori autenticamente “di destra” nel senso culturale e tradizionale del termine, ma al tempo stesso è un uomo che non ha mai smesso di interrogarsi sul destino della sua stessa area politica. Conosciuto come il “Torquemada nero” per la lucidità tagliente delle sue analisi e per la capacità di non risparmiare giudizi nemmeno ai suoi alleati ideologici, rappresenta oggi una figura di rilievo ma anche di isolamento nel dibattito pubblico.

Settant’anni portati con la curiosità e il rigore del giovane studioso, Veneziani conosce a memoria Dante e Marx, un binomio che riassume perfettamente la sua visione: la profondità della tradizione unita alla necessità di comprendere le dinamiche sociali e politiche della modernità. Sempre elegante, amante dei foulard e delle citazioni, si definisce un uomo che preferisce “pensare, dubitare, dibattere” piuttosto che aderire acriticamente alle logiche di appartenenza. Un motto che, nel tempo, gli ha procurato stima e diffidenza in egual misura.

Ogni volta che partecipa a un talk televisivo o firma un editoriale, emerge una domanda inevitabile: perché la destra al governo, oggi, sembra non volersi avvalere del contributo di una delle sue menti più acute? In un contesto politico dove il conformismo spesso prevale sulla riflessione, la voce di Veneziani appare come una rarità, ma anche come un fastidio per chi preferisce slogan e fedeltà alla linea.

La sua distanza dall’attuale classe dirigente non nasce da rotture improvvise, ma da una lunga serie di considerazioni che nel tempo hanno tracciato un solco. Già in passato, Veneziani aveva ammonito la destra italiana a non “inchinarsi davanti ai poteri che dominano la scena internazionale”, sottolineando come la paura di sfidare i centri di influenza globali rischiasse di snaturarne l’identità. In un’intervista, aveva dichiarato: “Sono convinti che, se alzano la testa, i poteri forti gli fanno la festa”. Una frase che, nel clima politico attuale, suona come una diagnosi ancora valida.

A rendere ancora più evidente la sua posizione autonoma fu un articolo del 2020, in cui scrisse su Panorama: “Oltre a Giorgia, chi c’è di notevole nel suo partito? C’è una classe dirigente adeguata, al di là di vecchie glorie e giovani cognati, capace di governare senza deludere?”. Parole che, all’epoca, irritarono più di un esponente di Fratelli d’Italia e che oggi sembrano pesare come un marchio di indipendenza.

Nonostante ciò, Veneziani non è mai apparso come un dissidente ostile, ma piuttosto come un intellettuale che continua a interrogarsi sul ruolo della cultura all’interno della politica. La sua riflessione è chiara: la sinistra ha saputo costruire una vera egemonia culturale, mentre la destra, spesso, si è limitata a un approccio “militare”, basato sulla disciplina e sull’obbedienza. “Io non credo nel comandare, credo nel pensare”, ha ribadito più volte, distinguendosi da chi riduce il pensiero a propaganda.

Per questo, Veneziani rappresenta oggi una figura scomoda ma necessaria. Non appartiene al circuito del potere, ma al mondo delle idee. È uno di quei rari intellettuali capaci di criticare senza distruggere, di difendere valori senza trasformarli in dogmi.

La sua esclusione dal dibattito ufficiale della destra italiana appare quindi come un paradosso: proprio nel momento in cui il centrodestra è al governo e avrebbe bisogno di una voce colta e radicata nella tradizione, sceglie di lasciar fuori chi, forse più di tutti, avrebbe le parole per dare profondità culturale al potere.

Marcello Veneziani continua a camminare da solo, fedele alla sua idea di libertà intellettuale. Come scrisse una volta, citando Pirandello, “mi godo la mia morte civile”. E in quell’ironia amara si nasconde la forza di un pensatore che, pur escluso dai palazzi, resta un punto di riferimento per chi crede ancora nel valore del pensiero critico.

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