A quarantacinque anni dall’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana assassinato a Palermo il 6 gennaio 1980, si riaccendono i riflettori su una delle vicende più oscure della storia repubblicana. La Procura di Palermo ha disposto gli arresti domiciliari per Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra Mobile, con l’accusa di depistaggio aggravato. L’uomo, oggi in pensione, è ritenuto responsabile di aver “affermato il falso e taciuto quanto a sua conoscenza” riguardo a un reperto chiave: un guanto di pelle marrone, ritrovato all’interno dell’auto usata dagli assassini e poi misteriosamente scomparso.

Secondo le indagini condotte dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e coordinate dal procuratore Maurizio De Lucia insieme ai sostituti Antonio Charchietti e Francesca Dessì, quel guanto poteva rappresentare un indizio cruciale per risalire agli autori materiali dell’omicidio. Si trattava infatti, come dichiarò all’epoca in Parlamento l’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni, dell’“unico oggetto che potrebbe appartenere ai criminali”, e dunque da analizzare con la massima cura.

Eppure, quel reperto — potenzialmente decisivo — sparì nel nulla. Secondo l’accusa, non si sarebbe trattato di una semplice distrazione o di una gestione superficiale delle prove, ma di un atto deliberato di occultamento per ostacolare le indagini e “inquinare” la ricerca della verità.

La pista del guanto scomparso

Il 6 gennaio 1980, poche ore dopo l’attentato in cui Mattarella venne ucciso a colpi di pistola calibro 38, la polizia rinvenne in una via di Palermo una Fiat 127 rubata, identificata come l’auto usata dai killer per la fuga. Sul tappetino del lato passeggero anteriore, gli agenti trovarono un guanto di pelle marrone. Secondo i documenti d’epoca firmati dallo stesso Piritore, il reperto sarebbe stato raccolto e consegnato a un tecnico della Polizia Scientifica, Giuseppe Di Natale, per poi essere trasmesso al pubblico ministero Pietro Grasso, titolare dell’inchiesta.

Tuttavia, entrambi — sia Di Natale che Grasso — hanno negato con fermezza che la consegna sia mai avvenuta. Di Natale, specializzato in dattiloscopia e raramente fuori dal laboratorio, ha dichiarato di non aver mai ricevuto alcun reperto da Piritore né di aver avuto contatti diretti con il magistrato. Grasso, a sua volta, ha escluso di aver mai ricevuto il guanto o di essere stato informato della sua esistenza.

La ricostruzione di Piritore, che nei documenti aveva descritto la catena di consegna, si sarebbe dunque basata — secondo la Procura — su un falso deliberato. Le verifiche archivistiche non hanno infatti trovato alcun verbale di sequestro, registrazione o tracciabilità del reperto, ma solo due note interne firmate dallo stesso ex funzionario.

Le nuove accuse

Gli inquirenti sostengono che il falso racconto servisse a creare un’apparenza di regolarità, coprendo in realtà la dispersione volontaria del guanto. La presunta “catena di consegna” sarebbe stata inventata proprio per eliminare la prova senza destare sospetti, in un momento in cui le indagini sul delitto Mattarella erano ancora fragili e dominate da forti pressioni politiche e istituzionali.

Nel provvedimento di accusa, i magistrati parlano di un “depistaggio ben orchestrato quasi in contemporanea con il delitto”, con l’obiettivo di impedire l’identificazione dei mandanti e degli esecutori materiali dell’assassinio. «Il falso recapito al magistrato attraverso un soggetto estraneo ai circuiti investigativi — scrivono i pubblici ministeri — fu il modo ingannevole e forse unico per la definitiva dispersione del reperto, senza suscitare interrogativi».

Un passato ingombrante

Dopo l’omicidio Mattarella, Piritore proseguì la sua carriera nelle forze di polizia, ricoprendo in seguito incarichi di rilievo: questore a Caltanissetta, L’Aquila e Genova, fino alla nomina a prefetto di Isernia. Oggi, in pensione, dovrà rispondere di un’accusa pesante, che riapre vecchie ferite mai del tutto rimarginate nella storia della Repubblica.

Un’inchiesta che torna a chiedere giustizia

La riapertura delle indagini sul caso Mattarella, avvenuta nel 2017, ha consentito di riesaminare numerosi documenti e testimonianze trascurate per decenni. Gli inquirenti ritengono che l’omicidio del presidente della Regione Siciliana, fratello dell’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella, sia stato gravemente inquinato da elementi interni alle istituzioni, con l’intento di proteggere la rete di interessi mafiosi e politici dietro il delitto.

Il guanto scomparso resta il simbolo di quella verità mancata: una traccia fisica che, se analizzata correttamente, avrebbe potuto forse fornire prove decisive. Oggi, dopo quarantacinque anni, la giustizia tenta ancora di ricomporre i frammenti di una storia segnata da silenzi, omissioni e depistaggi, nella speranza che anche un dettaglio perduto possa riportare alla luce ciò che per troppo tempo è stato oscurato.

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