All’interno di Hamas si stanno accentuando tensioni e differenze strategiche tra i vari livelli dell’organizzazione, in un momento cruciale per la Striscia di Gaza e per i negoziati internazionali in corso. Secondo analisi pubblicate dal Wall Street Journal, il movimento si presenta oggi come una realtà frammentata in almeno tre blocchi distinti, le cui visioni divergenti potrebbero influenzare in modo decisivo le prossime mosse politiche e militari.
Tre anime in contrasto
La prima componente è rappresentata dalla dirigenza in esilio, radicata in diversi Paesi mediorientali. Questi leader, spesso più inclini alla diplomazia, seguono con attenzione le pressioni internazionali e mantengono rapporti con mediatori come il Qatar, considerato interlocutore privilegiato per i contatti con la comunità internazionale.
La seconda componente è guidata da Izzedine al Haddad, figura centrale nel braccio politico-militare rimasta operativa a Gaza. Al Haddad mantiene un controllo strategico sul territorio nonostante le difficoltà dovute alle pesanti perdite subite durante l’offensiva israeliana. L’eliminazione di molti comandanti esperti ha costretto l’organizzazione a riorganizzarsi rapidamente, lasciando maggiore autonomia alle singole unità combattenti.
La terza componente è costituita da una nuova generazione di militanti, cresciuti in un contesto di guerra continua e radicalizzati da anni di conflitto e bombardamenti. Si tratta di quadri emergenti che, secondo diverse fonti, si oppongono con fermezza a qualsiasi concessione significativa e vedono la lotta armata come unico strumento per raggiungere i propri obiettivi politici e ideologici.
Giovani miliziani e leadership indebolita
Questa nuova leva trae forza anche dall’indebolimento della catena di comando tradizionale. La campagna militare israeliana ha decimato migliaia di combattenti e colpito duramente la struttura delle Brigate Ezzedine al Kassam, la forza armata di Hamas. Di conseguenza, alcune unità hanno guadagnato un’autonomia operativa inedita, arrivando in alcuni casi a gestire prigionieri e risorse senza un coordinamento centrale efficace.
Per questi gruppi, accettare un cessate il fuoco o l’attuazione integrale del piano statunitense significherebbe arrendersi senza condizioni, un’opzione ritenuta inaccettabile dopo le perdite subite. Nella loro prospettiva, la prosecuzione della lotta è parte integrante dell’identità del movimento e una garanzia di sopravvivenza politica.
Difficoltà politiche ed economiche
Oltre agli aspetti militari e ideologici, Hamas deve affrontare problemi economici rilevanti. Le riserve finanziarie accumulate in passato si stanno esaurendo, costringendo la leadership a tagliare stipendi e ridurre attività. Prima del 7 ottobre, il flusso regolare di fondi provenienti dal Qatar e autorizzato da Israele garantiva un sostegno economico costante. Oggi, quelle risorse non sono più facilmente disponibili, e questo rende più complesso il mantenimento della struttura amministrativa nella Striscia.
I dirigenti all’estero hanno mostrato una certa apertura verso le proposte americane, pur evidenziando difficoltà nei contatti con Gaza e nella gestione degli ostaggi deceduti. Diversi esponenti storici, come Mousa Abu Marzouk e Gazi Hammad, sono ricomparsi pubblicamente per commentare la situazione. Altri, come Khalil al Hayya, hanno diffuso messaggi video che confermano la loro sopravvivenza dopo i raid israeliani e indicano una disponibilità a trattare, seppur con condizioni.
Divisioni tattiche e rivalità locali
Le fratture interne non sono una novità nella storia di Hamas. In passato, le divergenze tra la diaspora e i quadri militari interni sono state sfruttate tatticamente per guadagnare tempo nei negoziati o per evitare di assumere posizioni pubbliche troppo nette. Tuttavia, le differenze attuali appaiono più profonde, anche a causa della situazione di guerra prolungata e dell’emergere di figure meno inclini al compromesso.
Sul campo, la leadership deve inoltre gestire il confronto con alcune potenti famiglie locali, alcune delle quali sostenute indirettamente dalle forze israeliane. Un esempio recente è lo scontro con il clan Al Majaida a Khan Younis, che ha visto l’intervento di droni e milizie locali filo-israeliane per respingere un’incursione di Hamas. Questi contrasti interni aggiungono ulteriori elementi di instabilità alla già complessa situazione della Striscia.
Un equilibrio fragile
La capacità di Hamas di trovare una linea unitaria sarà determinante nei prossimi sviluppi. Le spinte divergenti tra moderazione tattica e oltranzismo ideologico rischiano di rendere difficile qualunque negoziato concreto. Mentre la leadership storica cerca spiragli diplomatici, la base militante più giovane e radicale sembra intenzionata a proseguire lo scontro a oltranza, complicando ogni prospettiva di pace duratura.
A me pare che questi non ci capiscano più niente, pensano solo a farsi la guerra tra di loro e a chi comanda di più.
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