Alla Scala di Milano si sta vivendo un evento storico, con un’opera mai messa in scena prima a livello mondiale. Una musicista, Silvia Colasanti, ha composto un’opera che vede la sua prima rappresentazione dal 28 settembre. Colasanti ha scelto di dedicare il suo lavoro alla poetessa russa Anna Achmatova, figura simbolo di resistenza contro il potere. Questo lavoro innovativo viene portato in scena da una regista donna, sotto la direzione di una bacchetta femminile.
Silvia Colasanti, formatasi al Conservatorio di Santa Cecilia e ora guida del Festival della Valle d’Itria, ha iniziato a concepire questa opera prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina. Il nucleo centrale è il rapporto complesso tra arte e potere, ispirato da una profonda passione per la poesia e la letteratura russa. L’opera rappresenta non solo una storia vera ma anche simbolica, mostrando come l’arte possa fungere da forma di resistenza.
Anna Achmatova, che proveniva da un ambiente aristocratico, si è trovata a vivere intensi mutamenti storici e personali, tra cui diversi matrimoni e la relazione con Amedeo Modigliani, attraversando la guerra e la rivoluzione. Tuttavia, ciò che più ha colpito la compositrice è stata la raccolta “Requiem”, scritta dalla poetessa per il figlio ingiustamente imprigionato a causa della sua paternità, discendente del marito Nikolaj Gumilëv. Questa opera poetica segna l’entrata della politica nei versi di Anna Achmatova, dando voce al lacerante dolore materno.
Essere madre rappresenta una sfida anche per Colasanti. La sua esperienza familiare contribuisce profondamente alla sua crescita personale e professionale: i figli arricchiscono la sua vita, sebbene la gestione del tempo sia complessa. La scelta di diventare madre può, paradossalmente, alimentare la propria creatività artistica.
In termini di pari opportunità nel campo musicale, Colasanti riconosce un netto miglioramento per le donne compositrici. Essere la prima a portare un’opera alla Scala è un segnale positivo, in particolare perché questa creazione ha come protagonista una donna che sfidò il regime, dimostrando l’importanza del ruolo politico delle donne anche nell’arte.
Per narrare una storia personale, artistica e politica di cinque decenni, è stata ideata una struttura narrativa dove Anna, nel suo ultimo anno di vita, incontra Lidia in ospedale. Attraverso questa cornice, si svelano momenti salienti: l’esecuzione del marito Nikolaj, la fila di fronte al carcere di San Pietroburgo, e altre scene simboliche legate alla vita culturale russa, come il walzer derivato dall’epigramma di Mandel’štam contro Stalin. Potere, rappresentato come una figura allegorica, intona versi dal “Grande Inquisitore” dei “Fratelli Karamazov”, concludendo con un carillon a sottolineare l’ambiguità e il fascino del dominio.
Il processo di creazione dell’opera ha visto una stretta collaborazione tra Colasanti, il librettista Paolo Nori e il drammaturgo Fabrizio Sinisi. La loro sinergia ha dato vita a una drammaturgia musicale curata nei dettagli, flessibile anche sulla scena.
L’interazione con la regista Giulia Giammona è stata fondamentale: sebbene il compositore decida il “tempo dell’emozione”, le modifiche in sceneggiatura sono state un lavoro comune, evitando di dare al Potere la connotazione di un volto storico preciso.
L’opera che ora si affaccia sul palcoscenico della Scala segue il successo de “Il Nome della Rosa”, ma si distingue per il suo radicamento biografico. Rappresenta una testimonianza senza tempo del dolore e della maternità, con Achmatova vista come la voce del dolore materno di fronte all’assurdità del potere.
Questa opera innovativa non solo amplifica la voce di grandi figure letterarie, ma segna un progresso significativo nell’inclusione di voci femminili nel panorama culturale contemporaneo.