Frankenstein di Guillermo del Toro: un classico reinventato tra estetica visionaria e nuove polemiche sul ruolo femminile
Il nuovo Frankenstein di Guillermo del Toro è una delle uscite più attese dell’anno: un film che unisce la potenza visiva del regista premio Oscar alla riscrittura di un mito letterario firmato da Mary Shelley più di due secoli fa. Fin dal debutto, la pellicola ha generato entusiasmo, dibattiti e non poche controversie, soprattutto sui social. In particolare, al centro delle discussioni è finito il presunto ruolo marginale dei personaggi femminili, considerato da alcuni spettatori non all’altezza della sensibilità contemporanea.
Un’opera che rilegge un classico senza timore
Del Toro affronta Frankenstein con rispetto, ma anche con coraggio: la sua versione non ripropone pedissequamente il romanzo originale, bensì lo interpreta, ne condensa i temi e modifica alcuni snodi narrativi. L’estetica è quella tipica del regista: atmosfere gotiche, scenografie monumentali, luci e ombre che dialogano con la psicologia dei personaggi.
Il cast contribuisce alla qualità della pellicola, con Jacob Elordi nei panni della Creatura e Oscar Isaac in quelli di Victor Frankenstein, entrambi chiamati a restituire il dramma umano che anima la storia fin dalle origini.
La polemica sul ruolo delle donne
Nonostante l’attenzione visiva e narrativa, è proprio la rappresentazione delle figure femminili ad aver suscitato la maggior tensione online. Alcuni utenti hanno criticato il film per non essere sufficientemente “femminista”, ponendo l’accento sul fatto che i personaggi femminili risultano meno centrali rispetto agli uomini.
Si è discusso anche del cosiddetto Bechdel test, che valuta la presenza di almeno due personaggi femminili con nome che dialogano tra loro di qualcosa che non riguardi un uomo. Nel film — fatto peculiare — i due ruoli femminili principali sono interpretati dalla stessa attrice e non hanno un dialogo reciproco. Questo ha generato una lettura secondo cui le donne sarebbero rimaste in secondo piano.
Il paradosso Shelley
Il dibattito assume una sfumatura interessante se si considera che Frankenstein nacque dalla penna di una donna giovane e straordinariamente moderna per la sua epoca. Mary Shelley scrisse il romanzo a soli 18 anni e lo pubblicò quando le donne non avevano accesso agli stessi spazi intellettuali degli uomini.
Che oggi proprio un’opera da lei generata venga accusata di non essere abbastanza rappresentativa del femminile è un paradosso che riflette le tensioni della cultura contemporanea: quali sono gli standard con cui giudichiamo un racconto? E fino a che punto un adattamento moderno deve conformarsi alle richieste del dibattito pubblico?
Una regia che privilegia temi universali
Del Toro non sembra interessato a ricondurre Frankenstein entro categorie ideologiche rigide. Il suo obiettivo rimane il dramma esistenziale della Creatura, il conflitto fra vita e morte, il potere della scienza e il prezzo dell’ambizione umana.
Il ruolo femminile, pur non essendo centrale, non è trattato con superficialità: le figure interpretate da Mia Goth possiedono una forte dimensione simbolica, rappresentano l’umanità perduta, il legame con la vita, e contribuiscono all’equilibrio emotivo del racconto. Sono presenze che esistono più per ciò che evocano che per ciò che dicono.
Il peso delle aspettative
La verità è che il pubblico contemporaneo si aspetta che ogni nuova opera — soprattutto quando tratta temi tanto radicati nella cultura pop — rispecchi i codici del nostro tempo.
Ma un adattamento cinematografico è sempre il risultato di una scelta: privilegiare una chiave di lettura significa inevitabilmente diminuirne un’altra. E in questo caso, del Toro ha deciso di concentrarsi sul dialogo tra creatore e creatura, sul trauma, sull’identità e sulla possibilità di redenzione.
Un film che divide, ma che fa discutere
La forza del film sta proprio in questo: non passa inosservato. Non è un’operazione di puro remake, né una celebrazione museale del romanzo. È un’opera viva, che suscita reazioni, critiche, interpretazioni contrastanti.
Le discussioni sul ruolo femminile non la indeboliscono: al contrario, la collocano al centro di una riflessione culturale ampia e complessa, che riguarda il rapporto tra pubblico, memoria letteraria e sensibilità del presente.
Conclusione
Il Frankenstein di Guillermo del Toro è una rilettura potente, visivamente magnetica e tematicamente intensa. Non è esente da scelte discutibili, né da omissioni che possono far storcere il naso a una parte del pubblico.
Ma la sua ambizione è chiara: riportare alla luce un mito fondativo e interrogare il nostro rapporto con l’altro, con la diversità, con ciò che creiamo e non sappiamo controllare. Che lo si ami o lo si critichi, è un film che costringe a guardare dentro le nostre aspettative e dentro i nostri mostri. E già questo lo rende degno di esser discusso.


