C’era un tempo in cui Hollywood produceva stelle, ma ne spegneva lentamente la luce dietro le quinte. Tra quelle più luminose e tormentate c’è Anthony Perkins, l’attore che ha dato volto a uno dei personaggi più iconici e inquietanti della storia del cinema: Norman Bates, il protagonista di Psycho. Un ruolo che lo ha consacrato all’eternità, ma anche imprigionato per sempre in un labirinto di solitudine, paure e contraddizioni.

La terza stagione della serie Monster – La storia di Ed Gein, firmata da Ryan Murphy, ha riacceso l’interesse sul leggendario interprete di Alfred Hitchcock, ma secondo molti la rappresentazione offerta dallo show è lontana dalla verità. Il Perkins che emerge dallo schermo appare come un uomo fragile, vittima di sé stesso e dei propri demoni interiori, ma la realtà è molto più complessa. L’attore era, come disse Sophia Loren, «un puzzle complicato», una creatura capace di nascondere dietro il sorriso timido un mondo interiore fatto di dolcezza, insicurezza e genialità.

Nato a New York nel 1932, figlio del celebre attore Osgood Perkins, Anthony crebbe con un senso costante di inadeguatezza. L’ombra del padre e una madre estremamente dominante segnarono profondamente la sua personalità. Da giovane mostrava un talento naturale, ma anche una timidezza quasi patologica. Quando Alfred Hitchcock lo scelse per interpretare Norman Bates nel 1960, vide in lui non solo un volto perfetto per il ruolo, ma una sensibilità unica capace di trasformare il mostro in un essere umano.

Molti, tuttavia, hanno voluto leggere in quella performance un riflesso diretto della sua vita privata. Perkins era un uomo che viveva nel costante timore di essere scoperto. A Hollywood la sua omosessualità era un segreto di Pulcinella, ma dichiararla pubblicamente avrebbe potuto distruggere la carriera di un attore emergente negli anni Cinquanta. Così, preferì chiudersi in un silenzio doloroso, rifugiandosi nel lavoro e nella psicoterapia.

Christopher Isherwood, celebre scrittore e suo conoscente, annotò nel diario una frase che sintetizza la condizione di Perkins: «Va dall’analista quattro volte a settimana alle 6:30 del mattino. È quasi inimmaginabile la sua solitudine». Quelle sedute, affidate alla dottoressa Mildred Newman, avevano lo scopo di aiutarlo ad affrontare la propria identità, ma all’epoca la terapia psicoanalitica mirava più a “correggere” che a comprendere. Perkins cercava equilibrio, e lo trovò solo parzialmente, vivendo per anni tra relazioni segrete e desideri di una normalità impossibile.

L’attore ebbe una lunga e complessa relazione con il ballerino Grover Dale, ma sognava anche una famiglia. Fu proprio la psicoterapia, insieme all’amicizia con Paul Newman e Joanne Woodward, a spingerlo verso un cambiamento. Alla fine degli anni Settanta sposò la fotografa Berry Berenson, da cui ebbe due figli, Oz e Elvis. Dietro l’apparente serenità, però, restava l’eco del giovane Norman Bates, quel personaggio che, come un’ombra, non lo avrebbe mai abbandonato.

Il legame tra Perkins e Hitchcock, spesso descritto in modo distorto, era in realtà fondato su rispetto e fiducia. Il regista intuì le fragilità dell’attore e lo protesse in più di un’occasione, arrivando persino a dispensarlo dal girare la celebre scena della doccia con Janet Leigh, per non metterlo a disagio. Molti dei tratti distintivi di Norman – le caramelle masticate nervosamente, i movimenti esitanti – furono suggerimenti di Perkins stesso, che fuse la propria vulnerabilità con la precisione maniacale del regista.

Dopo Psycho, Hollywood non riuscì più a vederlo come altro. Le proposte di ruoli erano sempre simili: uomini disturbati, ambigui, fragili. Ma in mezzo alle ombre, Perkins riuscì comunque a lasciare tracce luminose: Il processo di Orson Welles, Dolce veleno, Assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet.

Anthony Perkins morì nel 1992, lasciando dietro di sé un’eredità complessa e affascinante. Un attore intrappolato in un ruolo, ma capace di trasformare quella prigione in arte pura. L’uomo più solo di Hollywood aveva dato vita al personaggio più inquietante del cinema, e in quel paradosso si nasconde forse la sua grandezza: la capacità di rendere umano anche il mostro, di far tremare lo spettatore non per ciò che vede, ma per ciò che riconosce dentro di sé.

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