È bastato un termine, una parola capace di evocare tensioni antiche e visioni contrapposte, per scatenare una nuova tempesta politica: “patrimoniale”. Un tema che, come un fulmine a ciel sereno, ha spaccato il fronte progressista, accendendo rivalità interne e riaprendo vecchie ferite ideologiche. Tutto è iniziato con l’eco proveniente da oltreoceano: l’elezione di Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York, volto del cosiddetto “comunismo 2.0”, ha riacceso nei partiti di sinistra italiani la fiamma della redistribuzione.

Sulla scia di quell’entusiasmo, Maurizio Landini ha rilanciato una delle proposte più classiche del suo repertorio: tassare l’1% più ricco della popolazione. Un’idea che, nel giro di poche ore, ha innescato un effetto domino. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, non ha perso tempo nel rilanciare, proponendo addirittura una tassa europea sui miliardari, per dare un segnale di equità fiscale a livello continentale. Un gesto che, tuttavia, ha finito per accendere un incendio all’interno dello stesso “campo largo”, ormai sempre più diviso tra idealisti e pragmatici.

Dall’altro lato della barricata, Giorgia Meloni ha colto l’occasione per rispolverare una vecchia arma retorica: “Le patrimoniali tornano ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al governo, non vedranno mai la luce.” Un messaggio semplice, diretto e politicamente efficace. Le parole della premier hanno subito scatenato la reazione di Schlein, che ha risposto accusando il governo di favorire “i ricchi e i potenti” a scapito di famiglie e imprese. Ma la controffensiva della leader dem non è bastata a ricompattare il fronte progressista.

Nel frattempo, Giuseppe Conte ha preferito defilarsi, mantenendo un profilo prudente. L’ex premier, sempre attento a non farsi trascinare in battaglie divisive, ha preso le distanze dalla proposta: “Per il Movimento 5 Stelle una patrimoniale non è all’ordine del giorno.” Una posizione che mira a tenere insieme l’anima sociale e quella moderata del movimento, evitando di alienarsi l’elettorato più sensibile ai temi fiscali. Conte ha però colto l’occasione per attaccare Meloni su un altro fronte, definendo la legge di bilancio “una manovra di briciole per famiglie e imprese”, sostenendo che “la vera patrimoniale è già in atto”, ma sarebbe opera della destra, colpevole – a suo dire – di aver aumentato la pressione fiscale come mai prima.

In mezzo a questo scontro di dichiarazioni, Sinistra Italiana e Verdi si sono schierati apertamente con Landini, chiedendo una “tassazione delle grandi ricchezze” come strumento di giustizia sociale. “Chi paga oggi sono sempre gli stessi: lavoratori e pensionati”, hanno dichiarato Fratoianni e Bonelli, accusando il governo di “difendere i privilegiati e abbandonare i più deboli”.

Il risultato è una sinistra frammentata in almeno tre anime: quella radicale, che invoca la patrimoniale come simbolo di riscatto; quella europeista, che sogna una redistribuzione su scala continentale; e quella più cauta, che teme l’effetto boomerang di una tassa impopolare in tempi di crisi.

A osservare la scena con un certo compiacimento c’è il fronte centrista. Matteo Renzi ha affondato il colpo con la consueta ironia: “L’opposizione potrebbe incalzare Meloni sul record di tasse, ma preferisce parlare di patrimoniale. È come segnarsi un autogol in una partita già difficile.” Anche da Azione e +Europa arrivano critiche simili, con accuse di “autolesionismo politico” e di “sinistra avversaria di sé stessa”.

Il dibattito sulla patrimoniale, più che un confronto economico, si è trasformato in una resa dei conti simbolica. Da un lato c’è chi la considera uno strumento di giustizia, necessario per riequilibrare le disuguaglianze; dall’altro chi la vede come una minaccia alla competitività e un messaggio disastroso per gli investitori.

Alla fine, l’unica certezza è che la parola “patrimoniale” continua a dividere. Divide la sinistra, rafforza la destra e alimenta un dibattito che sembra non avere mai fine. E mentre nel “campo largo” volano accuse e distinguo, la premier non deve fare molto: le basta osservare. Perché ogni volta che la sinistra rispolvera la patrimoniale, la vera vincitrice, politicamente, è lei.

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