Nell’ufficio silenzioso della Scuola di Economia e Affari Internazionali di Mosca, tra scaffali pieni di volumi e il suono sommesso di un gatto che dorme, Sergey Karaganov accoglie con modi cortesi e parole taglienti. Considerato uno dei principali ideologi del potere russo contemporaneo, Karaganov rappresenta oggi una delle voci più influenti del pensiero strategico del Cremlino. Non nasconde la sua visione radicale del mondo: “Un grande Paese non può vivere senza un’ideologia di Stato. Quando la perde, smette di essere una nazione”.
Il docente, 70 anni, è stato consigliere di vari presidenti russi, da Breznev in poi, e oggi guida il gruppo di intellettuali che sostiene la necessità di una “nuova ideologia nazionale” fondata su valori tradizionali, disciplina e patriottismo. Le sue tesi, raccolte nel volume Il sogno della Russia nel XXI secolo, pubblicato sui siti ufficiali del Ministero degli Esteri e del Consiglio di sicurezza russo, promuovono una sorta di “collettivismo spirituale”, in cui le libertà individuali devono essere subordinate alla coesione dello Stato.
Karaganov non si limita a riflettere sul piano filosofico, ma descrive un disegno politico e culturale che ambisce a ridefinire il ruolo della Russia nel mondo. A suo giudizio, Mosca combatte una “guerra di civiltà” contro l’Occidente, non contro l’Ucraina: “Il vero nemico è l’Europa unita, l’erede delle ambizioni di Napoleone e Hitler. Le sue élite hanno perso autorità e cercano una guerra per recuperare un potere che non meritano più”.
Le parole del professore, spesso provocatorie, non risparmiano nessuno. Definisce gli Stati Uniti “più razionali e pragmatici” rispetto agli europei, giudicati decadenti e schiavi di un individualismo distruttivo. “Con gli americani è possibile trattare. Con gli europei no, perché hanno smarrito il senso della realtà. Gli Stati Uniti oggi stanno prosciugando l’Europa, sfruttandola per i propri interessi economici e politici. Perché dovrebbero fermare la guerra, se ne stanno traendo vantaggio?”, ha affermato in una delle sue ultime interviste.
Nel corso degli anni, le sue dichiarazioni hanno spesso destato scalpore. Nell’estate del 2023, sostenne che per “ristabilire la paura nel genere umano” la Russia avrebbe dovuto “considerare l’uso di un’arma nucleare su un obiettivo simbolico”, come la Polonia. In seguito definì quella frase “un paradosso retorico”, ma il messaggio restò chiaro: secondo Karaganov, l’umanità deve riscoprire il timore della guerra per evitare la dissoluzione morale e spirituale.
La sua visione, per quanto estrema, trova ascolto nei circoli più nazionalisti del Cremlino. Persino Vladimir Putin, al Forum economico di San Pietroburgo, lo ha elogiato pubblicamente, riconoscendone l’influenza. “Credo che il presidente condivida parte della mia visione del mondo”, ha detto Karaganov, senza nascondere una certa complicità intellettuale. Tuttavia, precisa di non essere un portavoce ufficiale del governo: “Siamo due entità separate. Non siamo sempre d’accordo. Lui considera la fine dell’Unione Sovietica la più grande tragedia del Novecento. Io penso che le due guerre mondiali siano state molto peggiori”.
Nel suo pensiero si intrecciano geopolitica, filosofia e moralismo. Karaganov accusa l’Europa di aver generato una società priva di valori, segnata dal consumismo, dal neofemminismo e dalla dissoluzione della famiglia tradizionale. Per questo propone una restaurazione di principi antichi, capaci di restituire all’uomo “un ordine spirituale e un senso collettivo della vita”.
Secondo lui, la missione storica della Russia è quella di “fermare il degrado dell’umanità e liberare il mondo dalle egemonie globali”. Ritiene che la guerra in Ucraina sia solo una tappa di questo processo: un conflitto inevitabile tra due concezioni opposte di civiltà. “Il mondo occidentale ha smarrito Dio, la misura e la paura. Senza timore non esiste rispetto. E senza rispetto, la pace è impossibile”.
Per molti analisti, il pensiero di Karaganov è oggi uno dei pilastri ideologici su cui il Cremlino costruisce la propria legittimazione. Tra i riferimenti di Putin e dei suoi strateghi, la sua visione del “collettivismo spirituale” si fonde con la narrativa del “mondo russo”, in cui il potere politico e quello morale coincidono.
Nella logica del professore, la pace non nasce dal dialogo ma dal ripristino della paura, dalla consapevolezza dei limiti e delle conseguenze. È una concezione che affonda le radici nella tradizione sovietica e imperiale, ma che oggi si propone come risposta alla crisi del liberalismo occidentale. “La Russia — conclude — è l’ultima barriera contro la decadenza dell’uomo. E la storia ci darà ragione”.