È una vera scossa tellurica nel mondo politico e accademico americano: Larry Summers, ex segretario al Tesoro nell’amministrazione di Bill Clinton e figura di peso dell’establishment economico statunitense, ha annunciato il ritiro dagli impegni pubblici dopo la pubblicazione di una nuova ondata di documenti che svelano la profondità del suo rapporto con Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali e morto in carcere nel 2019.

Le email rese note dalla Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti mostrano un intreccio fitto e duraturo tra Summers ed Epstein, ben oltre il 2008, anno della prima condanna del finanziere per reati sessuali su minori. Non si tratta solo di contatti sporadici o formali: dalle conversazioni emergono toni confidenziali, richieste di consigli, discussioni su affari personali e politici, fino a sfiorare temi di geopolitica ad altissima sensibilità, come i rapporti con la Russia e il ruolo di Donald Trump.

In una dichiarazione pubblica, Summers ha parlato di “profonda vergogna” per avere continuato a mantenere rapporti con Epstein dopo la condanna, riconoscendo il dolore e lo sconcerto causati a colleghi, studenti, istituzioni e familiari. L’ex segretario al Tesoro ha spiegato che continuerà a insegnare, ma rinuncerà agli altri incarichi e alle apparizioni pubbliche, presentando questa scelta come un primo passo per “ricostruire la fiducia” e “riparare le relazioni” compromesse dalla vicenda.

Il nodo più incandescente, però, non riguarda solo la dimensione etica di un rapporto personale con un predatore sessuale già condannato, ma il contenuto stesso di alcune mail che chiamano in causa la Russia e Donald Trump. In uno scambio del 2018, alla vigilia del vertice di Helsinki tra Trump e Vladimir Putin, Epstein si vanta di poter offrire ai russi una sorta di “chiave di lettura” dell’allora presidente statunitense. In una comunicazione con l’ex premier norvegese Thorbjorn Jagland, il finanziere suggerisce che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov potrebbe ottenere informazioni preziose parlando direttamente con lui, rivendicando contatti precedenti con l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite Vitaly Churkin.

In parallelo, nelle email rese pubbliche, Summers commenta con durezza il comportamento di Trump sulla scena internazionale, in particolare proprio al vertice di Helsinki, e chiede a Epstein se i russi dispongano di materiale compromettente sul leader americano. Il finanziere risponde con toni ironici e sprezzanti: descrive un Trump convinto di avere “incantato” il suo interlocutore ma inconsapevole delle dinamiche reali, dipingendolo come facilmente manipolabile non appena gli venga dato l’impressione di ottenere qualcosa.

Da altre mail emerge un giudizio ancora più netto: Epstein definisce Trump “il peggior uomo mai conosciuto” e lo considera “pericoloso”, lasciando intendere di conoscere aspetti compromettenti della sua vita privata e della sua condotta d’affari. In un altro passaggio, il finanziere scrive di sapere “quanto sia sporco Donald”, collegando questa presunta “sporcizia” al caso Cohen e ai pagamenti occulti effettuati per mettere a tacere scandali sessuali.

La Casa Bianca e l’entourage di Trump respingono con forza il peso politico di queste rivelazioni, bollando il rilascio delle email come una manovra di distrazione e accusando gli oppositori di voler usare Epstein come arma per screditare il presidente e i suoi successi. Secondo i portavoce dell’amministrazione, si tratterebbe di “pettegolezzi” privi di rilevanza concreta, che non dimostrano alcun illecito né da parte di Trump né del suo staff. L’ex presidente, da parte sua, insiste nel definire l’intera vicenda Epstein un “problema dei Democratici” e una “montatura”.

Il caso Summers si inserisce in un quadro più ampio: quello della crescente pressione politica e mediatica per la completa desecretazione dei cosiddetti “Epstein files”, un vasto archivio di documenti, email, registri di volo, rubriche e corrispondenze che promettono di rivelare la rete di rapporti del finanziere con figure di primissimo piano della politica, della finanza e dello spettacolo. Alla Camera è in discussione una proposta di legge, l’“Epstein Files Transparency Act”, che punta a obbligare il Dipartimento di Giustizia a rilasciare tutte le carte in suo possesso.

Per molte istituzioni accademiche e think tank americani, le nuove mail costituiscono un banco di prova. Già diversi centri di ricerca e organizzazioni hanno preso le distanze da Summers, ridiscutendo incarichi e collaborazioni. Nel mondo Harvard la vicenda riapre vecchie ferite: l’ex rettore era già stato contestato in passato per dichiarazioni ritenute sessiste, e ora la gestione del rapporto con Epstein viene letta come l’ennesimo segnale di un giudizio politico e morale gravemente carente.

Resta una domanda sospesa, destinata a pesare ancora a lungo: le email rappresentano solo l’anticipazione di ciò che potrebbe emergere se l’intero archivio Epstein venisse reso pubblico. Nel frattempo, la scelta di Summers di farsi da parte non placa le polemiche, anzi le alimenta. Il ritiro dagli impegni pubblici appare quasi come un’ammissione implicita della gravità di quelle relazioni intrattenute per anni con un uomo che la giustizia statunitense ha definito un predatore seriale.

Mentre nuove rivelazioni continuano a filtrare, la sensazione diffusa a Washington è che il “terremoto Epstein” sia appena all’inizio. E che le onde d’urto possano travolgere non solo singoli nomi eccellenti, ma la credibilità di un’intera classe dirigente che, per troppo tempo, ha preferito chiudere gli occhi di fronte a un potere tanto oscuro quanto influente.

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