A Vladivostok, nell’estremo oriente russo, si è verificato un episodio raro e sorprendente per la Russia di Vladimir Putin: una manifestazione di protesta autorizzata dalle autorità locali. L’evento, avvenuto l’11 ottobre, ha avuto come oggetto una misura contenuta nella legge di bilancio che prevede un forte aumento delle tasse sulle auto d’importazione usate, un settore vitale per l’economia della regione. Per la prima volta dopo anni, cittadini e politici locali si sono uniti per contestare apertamente una decisione del governo centrale.
Questa protesta, apparentemente circoscritta e lontana dai grandi temi geopolitici, riflette in realtà la crescente tensione economica e sociale che attraversa la Russia. Il Paese, impegnato da quasi tre anni nel conflitto in Ucraina, mostra segni sempre più evidenti di affaticamento economico. Le risorse non sono infinite e i costi della guerra iniziano a pesare non solo sulle finanze pubbliche ma anche sulla popolazione.
Il governo di Mosca ha introdotto una serie di nuovi prelievi fiscali per coprire le spese militari, fra cui l’aumento dell’Iva dal 20 al 22% e l’inasprimento delle imposte per autonomi e piccole imprese. Queste misure, unite alla riduzione del prezzo del petrolio e al rallentamento della crescita economica, hanno determinato un calo delle entrate statali di quasi il 17% nella prima metà del 2025. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, il prodotto interno lordo russo crescerà appena dello 0,6%, contro il 4,1% dell’anno precedente.
Il deficit di bilancio, vicino al 3% del Pil, risulta particolarmente gravoso per un Paese escluso dai mercati finanziari internazionali. Senza accesso al credito estero, il Cremlino può contare solo sul risparmio interno e sulle banche nazionali. Tuttavia, il ministero delle Finanze ha collocato appena metà dei titoli di debito previsti per il 2025, segno di una fiducia interna in calo.
Anche la macchina bellica mostra i primi cedimenti. La produzione militare, fatta eccezione per i droni, ha smesso di crescere. Secondo l’analista Alexandra Prokopenko, nel 2026 il bilancio della difesa non aumenterà per la prima volta dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, registrando anzi un lieve calo. Le perdite umane sono enormi: oltre 220 mila soldati russi sarebbero morti, mentre centinaia di migliaia risultano feriti. A questo si aggiungono circa 700 mila cittadini fuggiti all’estero, impoverendo ulteriormente il mercato del lavoro.
Nonostante tutto, la Russia non è al collasso. La spesa militare continua a rappresentare circa il 40% del bilancio pubblico, quasi il doppio rispetto al 2021. Tuttavia, l’erosione delle risorse e la difficoltà di sostenere una guerra lunga stanno alimentando un dibattito strategico anche in Europa. Molti governi, in particolare quelli di Germania, Polonia e dei Paesi baltici, vedono nella crescente pressione economica su Mosca un’occasione per spingere Putin a un congelamento del conflitto.
L’Unione europea sta valutando una mossa decisiva: utilizzare parte delle riserve russe congelate — circa 170 miliardi di euro — per finanziare la difesa ucraina. La decisione potrebbe arrivare entro dicembre e diventare operativa a marzo 2026. Queste risorse permetterebbero a Kiev di sostenere la produzione di droni e sistemi difensivi per almeno due anni, in un momento in cui il costo giornaliero del conflitto si aggira intorno ai 172 milioni di dollari.
Sul campo, la guerra rimane bloccata. La Russia continua a subire circa 30 mila perdite al mese, tra morti e feriti, per ottenere guadagni territoriali minimi nel Donbass. Città come Pokrovsk, considerate spacciate già un anno fa, resistono ancora. L’Ucraina, grazie all’uso massiccio di droni, è riuscita a contenere le proprie perdite e a difendere con maggiore efficacia le linee fortificate.
Concedere l’intero Donbass a Mosca significherebbe aprire la strada verso il cuore dell’Ucraina, un rischio che né Kiev né l’Europa sono disposte a correre. L’obiettivo delle capitali europee è costringere Putin a riconoscere che la sua offensiva non può più raggiungere risultati concreti, spingendolo a congelare il conflitto lungo le attuali linee di contatto, come già avvenuto in Georgia nel 2008.
In questo scenario, anche le proteste di Vladivostok assumono un valore simbolico: raccontano di un Paese dove, lentamente, la guerra comincia a farsi sentire non solo al fronte ma anche nella vita quotidiana dei cittadini. Il Cremlino resta saldo, ma la pressione cresce. E l’Europa, osservando le crepe economiche e sociali della Russia, prepara la sua prossima mossa.