A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, la Russia appare come un Paese in apparente espansione economica ma, in realtà, intrappolato in un modello insostenibile. Il Prodotto interno lordo, in termini nominali, è cresciuto dal 2019 al 2024, passando da 136.900 a 169.700 miliardi di rubli. Una cifra che, a prima vista, suggerirebbe solidità e capacità di resistenza alle sanzioni occidentali. Ma dietro i numeri ufficiali si nasconde una verità molto più amara: quella di un’economia sempre più militarizzata, che consuma se stessa per sostenere uno sforzo bellico ormai pervasivo.

Tradotto in valuta europea, il quadro cambia drasticamente. A causa della costante svalutazione del rublo, il Pil russo è sceso da circa 1.900 miliardi di euro nel 2019 a meno di 1.750 miliardi nel 2024. In termini reali, la Russia non riesce più a mantenere la dimensione economica di un tempo, scivolando sotto il livello di aree come il BeNeLux o la Penisola Iberica.

La riclassificazione delle componenti del Pil mostra con chiarezza l’effetto dell’economia di guerra. Se fino al 2021 la spesa pubblica militare rappresentava circa il 13% del totale, nel 2024 ha superato il 27%. In altre parole, più di un quarto della ricchezza nazionale viene oggi assorbito da esercito, armamenti e infrastrutture legate alla difesa. Gli investimenti civili restano stagnanti, mentre quelli militari esplodono: fabbriche di munizioni, impianti per la produzione di missili e mezzi corazzati, logistica bellica e sistemi di manutenzione rappresentano ormai una fetta cruciale del tessuto produttivo.

Parallelamente, la spesa pubblica civile viene compressa. I fondi destinati a sanità, istruzione e welfare sono in progressiva riduzione, mentre crescono in modo esponenziale le risorse destinate agli stipendi dei militari, all’arruolamento di volontari, all’acquisto di munizioni e alla manutenzione dei mezzi. La Russia vive una vera e propria “mobilitazione economica”, nella quale ogni settore viene piegato alle esigenze della guerra.

Il fenomeno del “dual use” – ossia la produzione di beni civili utilizzabili anche in ambito militare – amplifica ulteriormente la distorsione. Aziende di metallurgia, elettronica e cantieristica sono state integrate nel sistema bellico, fornendo componenti e materiali essenziali per la difesa. Questo fa sì che anche una parte significativa dell’economia privata risulti, di fatto, subordinata alle logiche militari.

Il risultato complessivo è paradossale: un Pil in crescita nominale ma trainato quasi esclusivamente dallo Stato e dalla guerra. Il cosiddetto “Pil militare” è più che raddoppiato dal 2019, ma si tratta di una crescita illusoria, destinata a svanire non appena verrà meno la spinta della spesa pubblica. Il “Pil civile”, al contrario, è in caduta libera: dopo il crollo legato alla pandemia, ha perso un ulteriore 11,5% dal 2022 al 2024, riflettendo il declino del potere d’acquisto e la contrazione dei consumi interni.

L’export russo continua a poggiare sugli idrocarburi, ma anche questo pilastro sta vacillando. Le raffinerie sono state colpite ripetutamente dai droni ucraini, e le esportazioni di gas e petrolio verso l’Europa sono ormai una frazione di quelle pre-belliche. Mosca tenta di compensare con nuovi partner asiatici, ma a condizioni economiche molto meno vantaggiose.

La componente militare dell’export, che comprende armi e tecnologie belliche, rappresenta appena il 2-3% del totale, troppo poco per riequilibrare la perdita di valuta pregiata derivante dagli idrocarburi. Allo stesso tempo, la Russia continua a importare componenti e tecnologie critiche, spesso attraverso canali indiretti, segno della persistente dipendenza da Paesi terzi per i settori più avanzati.

Tutto ciò disegna una prospettiva inquietante per il 2026. Con la progressiva distruzione delle raffinerie, l’erosione delle riserve valutarie e l’aumento delle spese militari, il Cremlino rischia di trovarsi a corto di risorse. L’economia russa, trasformata in un gigantesco apparato di guerra, sta divorando se stessa.

Il paradosso finale è che la stessa macchina economica che ha permesso di sostenere il conflitto potrebbe diventare, nel giro di pochi anni, la causa del suo collasso. Mentre la propaganda continua a esaltare la resilienza nazionale, i dati raccontano un’altra storia: quella di un Paese che si sta impoverendo per combattere una guerra sempre più costosa, con un futuro economico appeso al filo del fronte.

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