Una grande mappa proiettata durante una conferenza a Washington ha acceso un nuovo fronte di discussione sul destino di Gaza. Alle spalle del Segretario di Stato Marco Rubio, il territorio palestinese appariva diviso in due sezioni distinte, una sotto controllo israeliano e l’altra ancora in mano ad Hamas. L’immagine, che ha fatto rapidamente il giro delle agenzie internazionali, è stata interpretata da molti analisti come un segnale concreto di un piano di “partizione temporanea” della Striscia, una soluzione definita da alcuni osservatori come “piano B” per la gestione post-bellica del territorio.
Fonti politiche americane e israeliane, citate dal Wall Street Journal, indicano che la proposta sarebbe stata elaborata nell’ambito dei colloqui tra il vicepresidente statunitense JD Vance e Jared Kushner, genero dell’ex presidente Donald Trump. Durante la loro recente missione in Israele, entrambi avrebbero discusso la possibilità di avviare una fase di ricostruzione nella parte settentrionale della Striscia — quella già occupata dall’esercito israeliano — mentre l’area meridionale resterebbe sotto l’influenza di Hamas fino al completamento del processo di disarmo.
Il piano, non ancora ufficialmente approvato, prevede che circa il 53% del territorio, oggi sotto controllo delle forze israeliane, venga trasformato in una sorta di “zona sicura” dove avviare un progetto di rinascita economica e sociale per la popolazione palestinese. Nella restante parte, il 47% ancora conteso, Hamas manterrebbe il controllo effettivo, sebbene in un contesto di crescente isolamento politico e militare. La divisione avrebbe lo scopo, secondo i promotori, di “creare le condizioni per una nuova Gaza”, capace di garantire lavoro, abitazioni e infrastrutture, in attesa di una stabilizzazione complessiva.
Si tratterebbe, in sostanza, di una sospensione temporanea del conflitto, un compromesso utile a guadagnare tempo tra la fine della prima fase del cessate il fuoco e l’avvio della seconda, quando dovrebbe entrare in azione una forza internazionale di interposizione. Tale missione, tuttavia, resta un’ipotesi ancora lontana, poiché nessun Paese ha manifestato la volontà concreta di inviare truppe in un territorio dove Hamas continua a operare con milizie armate radicate e popolazione ostile a ogni ingerenza esterna.
La proposta americana incontra forti resistenze nel mondo arabo. I governi della regione temono che la “divisione per ricostruire” si traduca, di fatto, in una spartizione definitiva, con Israele che consoliderebbe la propria presenza militare nella parte settentrionale di Gaza. Secondo Tahani Mustafa, analista dell’European Council on Foreign Relations, qualsiasi piano che preveda di tagliare in due la Striscia incontrerà l’opposizione dei palestinesi: “Gaza rappresenta l’unico lembo di continuità territoriale rimasto, e la sua frammentazione rischia di replicare lo scenario della Cisgiordania, dove Israele controlla la sicurezza e la popolazione vive in enclave separate”.
Non mancano tuttavia opinioni diverse. Alcuni esperti israeliani e americani sostengono che la creazione di zone amministrate da Israele possa indebolire progressivamente Hamas, privandolo di risorse economiche e consenso popolare. In questa visione, la ricostruzione delle aree “liberate” potrebbe favorire la nascita di una nuova leadership palestinese, più disposta al dialogo e alla cooperazione.
Sui social, l’analista israeliana Maria Zonszein, del Crisis Group, ha notato che nella mappa presentata da Rubio Gaza appare non solo divisa in due grandi regioni, ma ulteriormente frammentata in cinque settori. Si tratterebbe di una ripresa della cosiddetta “strategia delle cinque dita”, una vecchia dottrina militare israeliana che mira a separare fisicamente le aree urbane e i principali centri di popolazione per limitare la capacità operativa di Hamas.
Resta però il nodo politico: chi governerà Gaza dopo la guerra? L’idea di un’amministrazione internazionale è ancora vaga, e i paesi arabi rifiutano di assumersi il rischio di un coinvolgimento diretto senza garanzie di stabilità. Nel frattempo, il tempo scorre e la Striscia rimane sospesa tra il desiderio di rinascita e il rischio di una divisione permanente.
Il piano di partizione, pur presentato come una misura transitoria, rischia così di trasformarsi in un nuovo equilibrio di lungo periodo, capace di ridefinire non solo il futuro di Gaza ma anche l’intera geografia politica del conflitto israelo-palestinese.