Università sotto assedio: Lucetta Scaraffia denuncia la censura pro-Pal e lascia Ca’ Foscari. ‘In Italia non c’è più libertà di parola per gli ebrei’
Una voce scomoda si è alzata dal mondo accademico italiano, e la sua eco sta scuotendo le fondamenta delle università. Lucetta Scaraffia, storica e intellettuale di fama internazionale, ha rassegnato le dimissioni dal comitato etico dell’Università Ca’ Foscari di Venezia dopo l’ennesimo episodio che ha messo in discussione la libertà di espressione nel mondo della cultura. La decisione è arrivata in seguito alla scelta dell’ateneo di sospendere ogni collaborazione con istituti di ricerca israeliani e, soprattutto, dopo il clamoroso caso che ha coinvolto Emanuele Fiano, ex parlamentare e figura di spicco della comunità ebraica italiana, aggredito verbalmente da studenti pro-Palestina durante un incontro accademico.
La tensione è esplosa quando un gruppo di studenti del collettivo “Sumud” ha impedito a Fiano di parlare, accusandolo di “sostenere il genocidio a Gaza”. Il paradosso? L’ex deputato avrebbe dovuto discutere proprio di pace in Medio Oriente. “In molte università italiane non è più garantita la libertà di pensiero e di parola”, ha dichiarato Scaraffia, spiegando le ragioni del suo gesto. Per la studiosa, quanto accaduto a Venezia rappresenta solo la punta di un iceberg: “Non è la prima volta che a un ebreo viene impedito di esprimersi in un’università. È un segnale grave, e chi guida questi atenei non può restare a guardare”.
Parole che pesano come macigni e che puntano il dito anche contro la rettrice di Ca’ Foscari, Tiziana Lippiello, accusata di non aver fatto abbastanza per prevenire l’incidente. “Ottima la solidarietà a Fiano – ha commentato Scaraffia – ma forse un rettore dovrebbe essere presente di persona, per garantire che episodi simili non si ripetano. Con il clima d’odio che circonda gli ebrei, qualche forma di tutela andrebbe prevista”.
L’intellettuale, da sempre impegnata nella difesa della libertà di pensiero, ha sottolineato la necessità di “filtri” o controlli per evitare che gruppi organizzati possano trasformare le aule universitarie in luoghi di intimidazione politica. “Nelle università dovrebbero poter parlare tutti – ha ribadito – non solo chi si allinea con il pensiero dominante”.
L’episodio di Ca’ Foscari, infatti, non è isolato. Situazioni simili si sono già verificate a Torino e Milano, dove la pressione dei collettivi studenteschi ha spinto le direzioni accademiche a sospendere progetti con ricercatori israeliani. Una tendenza che, secondo Scaraffia, è frutto della paura. “Molti professori e rettori tacciono perché hanno timore di trovarsi circondati da studenti pro-Palestina. È una forma di autocensura che mina la credibilità delle nostre università”, ha denunciato.
Il caso assume contorni ancora più controversi se confrontato con la posizione tenuta verso la Russia. “Quando Mosca ha invaso l’Ucraina, alcune università italiane hanno congelato i rapporti con i centri di ricerca russi. Ma quella era un’aggressione a un Paese sovrano. Israele, invece, ha reagito dopo un pogrom sanguinoso organizzato da Hamas. Le due situazioni non sono comparabili”, ha spiegato la storica.
A suo avviso, sospendere collaborazioni accademiche con Israele non ha nulla di “etico” o “umanitario”, ma è un gesto politico che rischia di colpire la libertà scientifica. “Cosa c’entra la farmacologia con Gaza?”, si è chiesta riferendosi all’Università di Pavia, che ha interrotto i rapporti con un docente israeliano di quella disciplina.
Dietro il gesto di Scaraffia si intravede una denuncia più ampia: il ritorno di un antisemitismo mascherato da solidarietà politica. “Molti di coloro che contestano non sanno nemmeno chi è Fiano. È sufficiente che sia ebreo perché scatti la rabbia. Questo è il segnale più preoccupante”.
Un’uscita di scena, la sua, che assume il valore di un atto politico e morale. La studiosa, oggi in pensione, ammette che la libertà di parola è ormai un lusso che solo chi non deve più salire in cattedra può permettersi. Ma il suo messaggio resta potente: “Quando un’università smette di essere un luogo di confronto e diventa terreno di paura, non è più un luogo di sapere. È solo un’arena ideologica”.
Il caso Ca’ Foscari, con la sua scia di polemiche e silenzi, riapre così una domanda scomoda: in Italia, l’università è ancora un tempio della conoscenza o è diventata un campo di battaglia ideologico dove la libertà, a volte, viene messa sotto processo?


