Amarezza, delusione e sconcerto sono i sentimenti che emergono parlando con le donne e gli uomini di Niscemi. Emozioni che si intrecciano però con l’orgoglio, con la speranza che almeno questa volta non finisca come nel 1997 e con la volontà di ripartire, di non piangersi addosso.
Non è la prima volta che il paese frana, trascinando a valle una parte consistente dei quartieri del versante sud e sud-est, verso la piana di Gela. Un evento simile si è infatti verificato nell’ottobre del 1997 e, andando ancora più indietro nel tempo, nel marzo del 1790.
Sulle cause di questi fenomeni si è detto e scritto molto, anche da parte di autorevoli esperti e geologi. Meno si è parlato, invece, del fatto che quanto accaduto a Niscemi non rappresenta un caso isolato. La Sicilia centro-meridionale è infatti una delle aree più soggette a frane in Italia, con un territorio fragile, caratterizzato da estese formazioni argillose e da continui movimenti tettonici.
Ancora oggi, però, non si conoscono né i tempi né le risorse economiche necessarie per mettere in sicurezza la capitale del carciofo e gli altri territori dell’Isola interessati da fenomeni analoghi.
Perché se è vero che tra le priorità vi è l’accertamento di eventuali responsabilità – che, a mio giudizio, esistono e sono numerose, a partire dalle opere mai realizzate dopo la frana del 1997 – è altrettanto vero che l’urgenza principale riguarda la messa in sicurezza del territorio. A ciò si affianca la necessità di garantire alle famiglie che non potranno rientrare nelle proprie abitazioni una sistemazione dignitosa e indennizzi adeguati per far fronte alle esigenze quotidiane. Non meno urgente è il ripristino delle strade interrotte e dei collegamenti tra Niscemi e gli assi viari che la collegavano al resto dell’Isola.
Una necessità che non riguarda soltanto i cittadini, ma anche le imprese. Oggi, infatti, per raggiungere Niscemi da Catania occorre percorrere la vecchia strada che attraversa l’abitato di Caltagirone; mentre da Piazza Armerina ed Enna è necessario passare da Gela e proseguire lungo la strada per Vittoria. Itinerari più lunghi e tortuosi che comportano un inevitabile aumento dei tempi di percorrenza e dei costi.
Trovare le risorse economiche per interventi di tale portata, tuttavia, non appare semplice. L’Assemblea regionale siciliana, su iniziativa del leader di “Sud chiama Nord” Cateno De Luca, ha approvato una mozione – con il voto contrario dei partiti che sostengono il governo Schifani – che propone di dirottare 1,3 miliardi di euro, inizialmente destinati alla realizzazione del Ponte.
A questa ipotesi, però, da Roma è arrivato un netto rifiuto, dopo una iniziale apertura di Forza Italia subito rientrata. Si continua ad affermare, “urbi et orbi”, che le risorse si troveranno, magari attingendo al fondo di solidarietà dell’Unione europea, come avvenuto per l’Emilia-Romagna, e a ulteriori stanziamenti nazionali.