Un terremoto giudiziario scuote il calcio italiano: la Juve Stabia, storica squadra di Castellammare di Stabia, è stata posta sotto amministrazione giudiziaria su disposizione della Procura nazionale antimafia. Il provvedimento, proposto dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo, dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri e dal questore di Napoli Maurizio Agricola, mira a sottrarre il club al controllo del clan D’Alessandro, una delle organizzazioni criminali più radicate del territorio stabiese.
La decisione arriva al termine di un’inchiesta approfondita che ha svelato un sistema di condizionamento mafioso esteso a diversi settori della società sportiva. Secondo gli inquirenti, la Juve Stabia era divenuta nel tempo un vero e proprio strumento economico e simbolico della camorra locale. Attraverso il controllo di servizi essenziali — dalla sicurezza interna allo stadio alla bigliettazione, dai trasporti alle pulizie, fino alla vendita di bevande e gadget — il clan gestiva un giro d’affari milionario e consolidava la propria influenza nella città.
Durante la conferenza stampa tenutasi in Procura, il procuratore Nicola Gratteri ha spiegato con parole dure la portata dell’infiltrazione: “La Juve Stabia era un mezzo della camorra per accrescere il proprio potere e ottenere consenso. I clan controllavano ogni aspetto organizzativo, mentre ai calciatori restava solo il compito di giocare”. Un quadro inquietante, confermato anche dalle testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia e da riscontri investigativi che evidenziano come le attività criminali si estendessero fino al settore giovanile del club, utilizzato per avvicinare e influenzare i più giovani.
L’inchiesta, avviata nel febbraio 2025, ha preso avvio da un controllo allo stadio “Romeo Menti” durante il quale è emerso che un uomo legato al gruppo camorristico degli Imparato era impiegato come addetto alla sicurezza, nonostante i precedenti penali e un divieto di accesso agli impianti sportivi (Daspo). Da quel momento le indagini hanno portato alla luce un intreccio di interessi che collegava la società calcistica ai clan locali, coinvolgendo aziende, cooperative e fornitori di servizi. Nel corso dell’ultima stagione sportiva, su 38 Daspo emessi a Castellammare, ben 22 riguardavano persone vicine al clan D’Alessandro o ai loro alleati.
L’amministrazione giudiziaria della Juve Stabia avrà ora il compito di riorganizzare la gestione del club, ripulendolo dalle infiltrazioni criminali e restituendogli una dimensione di legalità. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha sottolineato che la misura non rappresenta una condanna per la società sportiva, ma un intervento necessario per “accompagnarla in un percorso di bonifica e trasparenza, allontanando definitivamente l’ombra della camorra”.
Le ripercussioni pratiche della decisione non riguardano solo la struttura societaria ma anche l’attività sportiva. La prossima gara casalinga contro il Bari, prevista per il 29 ottobre, rischia di essere rinviata per consentire all’amministratore giudiziario di ripristinare i servizi essenziali legati alla sicurezza e alla gestione dei biglietti. Il tecnico Ignazio Abate e la squadra, impegnati in un campionato di Serie B finora positivo, dovranno affrontare le conseguenze di un terremoto che va ben oltre il terreno di gioco.
Il procuratore Melillo ha spiegato che l’obiettivo primario è restituire alla città di Castellammare una squadra libera da condizionamenti mafiosi. “Per troppo tempo — ha dichiarato — la camorra ha trovato spazio dove avrebbe dovuto esserci solo sport e passione. La nostra azione vuole restituire ai cittadini la fiducia nelle istituzioni e nello sport come strumento di crescita civile”.
Particolarmente inquietante è anche il capitolo dedicato al settore giovanile. Secondo le indagini, alcune figure vicine ai clan avrebbero utilizzato le squadre minori per reclutare consensi e diffondere modelli di comportamento criminale tra i ragazzi, trasformando un luogo di formazione sportiva in un canale di propaganda.
Il caso della Juve Stabia rappresenta dunque un nuovo allarme sulla penetrazione delle organizzazioni mafiose nel mondo del calcio. Non si tratta solo di un problema di gestione economica, ma di un fenomeno culturale profondo, in cui il potere criminale si insinua nei simboli della comunità per ottenere consenso e legittimazione sociale.
Ora, la sfida sarà quella di ricostruire, dentro e fuori dal campo, una società pulita e credibile. La speranza è che questa vicenda possa diventare un punto di svolta, un esempio di riscatto per tutto il calcio italiano, troppo spesso vittima silenziosa delle infiltrazioni criminali.