In un periodo in cui le tensioni internazionali tornano a crescere, il tema della sicurezza delle istituzioni italiane riemerge con forza. Il governo ha avviato una revisione del piano di emergenza nazionale e, nel corso di questo aggiornamento, è emersa una falla significativa: il presidente della Repubblica e alcune tra le principali figure di governo non disporrebbero attualmente di rifugi adeguati in caso di attacco aereo o minaccia nucleare.

Il solo sito effettivamente operativo resta Forte Braschi, sede dei servizi segreti italiani e punto di riferimento in caso di emergenze gravi. Lì verrebbe trasferito il presidente del Consiglio per garantire la continuità del comando politico e operativo del Paese. Tuttavia, come ha ammesso lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto, mancano strutture simili per il capo dello Stato, per il ministro dell’Interno e per altri membri del governo che, in uno scenario di crisi, dovrebbero essere protetti da bunker o rifugi sotterranei.

Crosetto, nel corso di una recente riunione con i vertici delle Forze Armate, ha espresso preoccupazione per la situazione, sottolineando che “un ministro della Difesa deve sempre pensare al peggio”. L’attuale livello di allerta, ha spiegato, è inevitabilmente più alto del passato, alla luce dell’intensificarsi dei bombardamenti russi sull’Ucraina e del clima instabile in Medio Oriente. L’attenzione resta dunque massima, ma le lacune strutturali rendono evidente la necessità di un rapido intervento.

Un sistema ereditato dal lungo periodo di pace

Durante la Guerra Fredda, l’Italia aveva predisposto diverse strutture anti-atomiche per la protezione delle più alte cariche dello Stato. Tra queste spiccava il bunker di Monte Soratte, un complesso sotterraneo situato sessanta chilometri a nord della capitale. Realizzato nel 1937 e successivamente adattato in chiave Nato negli anni Sessanta, quel rifugio rappresentava un baluardo in caso di conflitto nucleare. Oggi, però, è stato dismesso e convertito in sito museale, visitabile su prenotazione.

Un’altra installazione potenzialmente utile, denominata “DC 75”, si trova a Montelibretti, nell’area dove opera la Scuola di Formazione dei Vigili del Fuoco. Si tratta di una struttura moderna, costruita in cemento armato e con più piani interrati, progettata per resistere a forti esplosioni e terremoti. Lì è collocata la sala operativa del Ministero dell’Interno, attrezzata per la gestione remota delle emergenze nazionali. Tuttavia, la distanza dalla capitale – circa cinquanta chilometri – ne limita l’efficacia in caso di attacco improvviso. Come osservano gli esperti, “in presenza di bombardamenti aerei gli elicotteri non potrebbero decollare e il trasferimento via terra risulterebbe troppo rischioso”.

Le difficoltà burocratiche e i limiti operativi

Il nodo principale, come spesso accade in Italia, riguarda le procedure e la burocrazia. Lo stesso Crosetto avrebbe manifestato frustrazione, lamentando il fatto che “per costruire un bunker bisogna seguire le stesse regole edilizie di chi realizza un capannone industriale”. Pur esistendo la possibilità per il governo di operare “in deroga” alle normative ordinarie per motivi di sicurezza nazionale, la realtà è più complessa: comitati locali, vincoli ambientali e lungaggini amministrative spesso finiscono per rallentare o bloccare i progetti.

Un caso emblematico è quello della scuola dei Carabinieri prevista in Toscana durante il governo Draghi, il cui iter fu fermato proprio a causa delle proteste di un comitato civico. In tale contesto, appare chiaro come la costruzione di un nuovo bunker governativo rappresenti una sfida tanto politica quanto tecnica.

Nuove regole per la sicurezza dei vertici istituzionali

Le nuove disposizioni, già entrate in vigore, prevedono che le principali cariche dello Stato non possano più spostarsi insieme, proprio per evitare il rischio di un attacco simultaneo che comprometta la catena di comando. Il precedente risale al giorno dei funerali di Silvio Berlusconi, quando l’intero esecutivo si recò a Milano sullo stesso volo. In quell’occasione, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi commentò ironicamente: “Basta un colpo e fanno fuori tutto il governo”.

Oggi, invece, la prudenza impone regole severe. I protocolli di sicurezza stabiliscono percorsi e modalità di evacuazione separate per ogni figura istituzionale, con mezzi di trasporto indipendenti e punti di raccolta differenti. Tuttavia, senza strutture protette adeguate, la sicurezza rimane parziale e vulnerabile.

La necessità di un piano aggiornato

La revisione del piano di sicurezza nazionale, avviata dal Ministero della Difesa in collaborazione con il Viminale, mira a individuare nuovi siti idonei alla protezione delle autorità e al coordinamento delle operazioni di emergenza. La costruzione di bunker moderni, dotati di tecnologie avanzate e collegamenti diretti con le centrali operative, è considerata una priorità strategica.

In un contesto geopolitico segnato da conflitti e tensioni globali, la sicurezza delle istituzioni non può più basarsi su strutture obsolete o su procedure pensate per un’epoca di pace. Le nuove minacce, dai droni agli attacchi informatici, richiedono risposte moderne, rapide e coordinate.

Il ritorno dell’Italia al tema dei bunker non è quindi un salto indietro nel tempo, ma un passo necessario verso un sistema di difesa adeguato ai rischi del presente. Perché, come ha ricordato Crosetto, “sperare nella pace è un dovere, ma prepararsi al peggio è una responsabilità”.

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