Spari, silenzi e favori incrociati: il mistero del ‘Sistema Pavia’ dietro la morte di Soufiane Ech Chafiy e i legami con il caso Garlasco

Di Vincenzo Ottoboni ·4 min di lettura

Un ragazzo di vent’anni colpito alla schiena, due agenti immobili accanto al suo corpo agonizzante, un’inchiesta archiviata in fretta e un intreccio di nomi che tornano anche nel giallo di Garlasco. È la storia di Soufiane Ech Chafiy, ucciso il 24 marzo 2016 a Vigevano da un colpo sparato da un poliziotto durante un inseguimento. Un caso che, dopo anni di silenzio e archiviazioni, torna oggi al centro dell’attenzione pubblica e giudiziaria, sollevando nuovi dubbi su quello che in molti chiamano “Sistema Pavia” — un intreccio di relazioni, coperture e scambi di favori che avrebbe influenzato indagini delicate tra magistrati, forze dell’ordine e ambienti imprenditoriali.

La notte dell’inseguimento

Tutto accadde poco dopo la mezzanotte, quando una Bmw con tre giovani a bordo non si fermò all’alt della polizia. Ne nacque un inseguimento tra Vigevano e Abbiategrasso. Secondo la ricostruzione degli agenti, uno dei passeggeri avrebbe sparato alcuni colpi durante la fuga, ma questa versione è stata poi smentita dal giudice per le indagini preliminari, che definì il racconto “del tutto infondato e contraddittorio”.

Pochi minuti dopo, il poliziotto David C. aprì il fuoco contro l’auto in fuga, esplodendo sei colpi, due dei quali quando il veicolo era già fermo. Uno dei proiettili colpì Soufiane alla schiena. Il ragazzo scese barcollando, fece pochi passi e crollò a terra. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza, acquisite dagli inquirenti, mostrano i due agenti avvicinarsi al corpo e puntargli le torce addosso, ma senza prestargli soccorso. Uno dei poliziotti, come si vede chiaramente nel filmato, si allontana di pochi metri e urina.

I soccorsi arriveranno solo 23 minuti più tardi, troppo tardi per salvare la vita del ventenne, morto all’alba all’ospedale San Matteo di Pavia.

Un’inchiesta archiviata tra le ombre

L’indagine sul caso venne affidata alla procura di Pavia, che aprì un fascicolo per eccesso colposo di legittima difesa a carico dell’agente David C. Ma nel giro di pochi mesi tutto venne archiviato. Il pm Roberto Valli chiese la chiusura del caso, mentre il gip Fabio Lambertucci, pur ammettendo la presenza di incongruenze gravi, decise di non procedere.

Il giudice riconobbe che la “fantomatica arma dei fuggitivi” non era mai esistita e che gran parte del racconto degli agenti “non risultava attendibile”. Tuttavia, concluse che non si potesse arrivare a una condanna: «Anche se la vittima disarmata è stata colpita alle spalle, non sussistono elementi certi per ipotizzare un eccesso colposo di legittima difesa».

Una conclusione che lasciò sbalorditi i familiari di Soufiane e i loro legali, oggi tornati a chiedere al procuratore Fabio Napoleone di riaprire le indagini, sostenendo che quella archiviazione fu viziata da un contesto di potere opaco e relazioni improprie tra magistrati e forze dell’ordine.

Il “Sistema Pavia”: una rete di favori e protezioni

Dietro la gestione del caso Ech Chafiy si intravedono i contorni del cosiddetto “Sistema Pavia”, una rete di interessi che — secondo l’inchiesta aperta dalla procura di Brescia — avrebbe condizionato numerose indagini tra il 2014 e il 2021, periodo in cui Mario Venditti era a capo della procura pavese.

Proprio Venditti, oggi indagato per corruzione e peculato, è lo stesso magistrato coinvolto nelle ombre del caso Garlasco, dove il nome di Andrea Sempio — amico della vittima Chiara Poggi — era stato archiviato senza adeguati approfondimenti. Anche in quel procedimento figurava come gip lo stesso Fabio Lambertucci, oggi sotto verifica per presunti movimenti bancari sospetti.

Gli inquirenti bresciani stanno analizzando scambi di favori, coperture reciproche e presunti rapporti economici che avrebbero permesso di “orientare” l’esito di indagini delicate, come quella sull’omicidio Poggi e, appunto, la morte di Soufiane.

Domande senza risposta

Molti aspetti del caso restano ancora avvolti nel mistero: perché la Bmw su cui viaggiava Soufiane è stata demolita pochi giorni dopo l’incidente, impedendo ulteriori analisi balistiche? Per quale motivo non è mai stata disposta una perizia indipendente sulla traiettoria del colpo fatale? E soprattutto, perché la procura ha deciso di chiudere il fascicolo nonostante il giudice stesso avesse riconosciuto “perplessità non fugate”?

Otto anni dopo, la famiglia Ech Chafiy chiede giustizia, mentre l’eco di quella notte continua a intrecciarsi con altri casi che hanno segnato la storia giudiziaria pavese.
Il rischio, per gli inquirenti di oggi, è che la morte di un ragazzo finisca per diventare solo un altro tassello nella lunga catena di silenzi e protezioni che avvolge da anni il cosiddetto “Sistema Pavia”.

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