Sotto un ponte del quartiere Corvetto, a Milano, un corpo senza documenti viene trovato a terra, trasportato d’urgenza al Policlinico e dichiarato morto dopo cinque giorni. Era il 5 aprile. Quel corpo, rimasto senza identità per quasi cinque mesi, apparteneva a Ivan, 34 anni, uno dei tanti volti segnati dal dramma della tossicodipendenza. Mentre giaceva in un obitorio anonimo, la sorella lo cercava disperatamente, mostrando la sua foto tra i cespugli di Rogoredo, davanti al Duomo, nei dormitori e nelle mense dei poveri. Nessuno, in tutto quel tempo, aveva collegato il nome alle denunce, alle descrizioni, ai tatuaggi che avrebbero potuto raccontare la sua storia.
Ivan era arrivato a Milano da bambino, insieme alla madre e alla sorella, dopo un’infanzia trascorsa in un piccolo villaggio russo. La madre lavorava come colf, la sorella studiava per diventare pasticciera e lui frequentava le scuole superiori. Come tanti giovani immigrati, sognava di costruirsi un futuro migliore. Dopo qualche anno, sembrava esserci riuscito: viveva a Lainate, aveva una compagna, due cani, un piccolo appartamento e un apprendistato come tatuatore. La passione per il disegno lo aveva portato sui Navigli, dove lavorava con entusiasmo. Ma dietro quella normalità apparente, qualcosa cominciava a incrinarsi.
All’inizio erano solo “canne e qualche pastiglia”, come raccontavano gli amici. Poi, un incontro nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato: “solo per provare”, gli dissero. Era il 2013, e da allora Rogoredo, il cosiddetto “boschetto della droga” alle porte di Milano, sarebbe diventato la sua seconda casa e la sua prigione.
Ivan cercò più volte di uscire dal tunnel. Entrò in comunità, ma venne dimesso presto per mancanza di una doppia diagnosi. Tentò cure psichiatriche, che abbandonò dopo poco. La tossicodipendenza gli cambiò la mente e il corpo: iniziarono le allucinazioni, la paranoia, le notti insonni. A casa, le tensioni si moltiplicavano: urla, porte sfondate, crisi di panico. La madre cercava aiuto, ma le risposte delle istituzioni erano sempre le stesse: “È suo figlio, se lo tenga”.
Quando la situazione divenne insostenibile, la famiglia si divise. La madre continuava a cercarlo, portandogli panini e frutta nei pressi del bosco. Aspettava per ore, sperando di vederlo arrivare. Alcune volte lo trovava, altre no. Poi anche lei, stremata da anni di dolore, si tolse la vita. Da quel momento, la sorella Katia rimase sola nella ricerca.
Ogni giorno, per mesi, ha percorso le strade di Milano con la fotografia di Ivan in mano. Chiedeva notizie ai volontari, ai senzatetto, ai passanti. Mostrava i tatuaggi: una nuvoletta sulla mano, il volto del Joker sul braccio. Ripeteva sempre la stessa frase: “Se gli succede qualcosa, lui ha una famiglia”. Nessuno, però, riusciva a darle risposte.
Solo il 22 settembre, cinque mesi dopo il ritrovamento del corpo, è arrivata la telefonata che ha messo fine a quella lunga attesa: “Signora, abbiamo trovato suo fratello”. Ivan era morto da 140 giorni, identificato grazie a quei tatuaggi che Katia aveva descritto innumerevoli volte.
Il suo corpo era rimasto all’obitorio del Policlinico di Milano, catalogato come “uomo non identificato”. Le denunce e le segnalazioni non erano mai state incrociate con i dati della polizia o dell’ospedale. Un errore burocratico, una distrazione, o semplicemente indifferenza.
Oggi la sorella attende il nulla osta per la cremazione. Telefona ogni giorno per chiedere notizie, per assicurarsi che tutto proceda. Vuole soltanto che il nome di Ivan sia inciso da qualche parte, che non resti una delle tante ombre del boschetto.
La sua storia è quella di centinaia di giovani finiti ai margini di una grande città, inghiottiti da un sistema che spesso non riesce a vederli, né da vivi né da morti. “Quando nessuno guarda, si muore due volte — dice la sorella — prima per strada, poi nel silenzio”. E in quel silenzio, il sorriso del Joker tatuato sul braccio di Ivan continua a ridere, come un simbolo crudele di una vita spezzata e dimenticata troppo in fretta.