La morte del piccolo Giovanni, 9 anni, a Muggia, vicino a Trieste, non è soltanto un fatto di cronaca nera: è il simbolo di un sistema che, nonostante anni di avvisi, denunce, relazioni e interventi istituzionali, non è riuscito a proteggere un bambino che aveva apertamente manifestato paura e terrore nei confronti della madre. Parole registrate nero su bianco in verbali ufficiali, testimonianze accorate e segnalazioni che avrebbero dovuto accendere un faro ben prima che la tragedia si consumasse.
Il 27enne è stato ucciso dalla madre, Olena Stasiuk, 55 anni, originaria dell’Ucraina, durante un incontro non protetto stabilito dal tribunale. Una decisione che oggi è al centro di fortissime polemiche e che ha spinto il ministero della Giustizia a chiedere chiarimenti urgenti su come sia stato possibile ignorare anni di comportamenti instabili, minacce, ricoveri e denunce.
Giovanni non aveva mai nascosto il suo disagio. Nel giugno 2023, durante l’ennesimo intervento dei carabinieri per un litigio tra i genitori separati, il bambino aveva dichiarato esplicitamente di avere paura della madre. «Mi stava strozzando», aveva spiegato mimando il gesto, raccontando di essere stato afferrato per il collo con entrambe le mani. Episodi che non erano frutto di immaginazione, perché registrati nei verbali e confermati dal padre, Paolo Trame, 58 anni, operaio. La loro storia familiare è raccolta in otto faldoni e 5.000 pagine conservate dagli avvocati che, negli anni, hanno seguito la battaglia legale per la tutela del minore.
La relazione tra i due genitori, iniziata nel 2012 e sfociata nel matrimonio in Ucraina, si era incrinata subito dopo la nascita di Giovanni nel 2016. La madre aveva manifestato disturbi psichiatrici, con ricoveri, trattamenti sanitari obbligatori e diagnosi di schizofrenia. Il Centro di Salute Mentale l’aveva seguita e, secondo l’ultima relazione del 2024, sembravano emergere progressi: un elemento decisivo che aveva contribuito alla scelta del tribunale di autorizzare incontri non protetti.
Una decisione contestata con forza da Trame, che denunciava la pericolosità della donna. Una pericolosità che la stessa Olena non aveva mai celato: nel 2018 aveva dichiarato agli assistenti sociali che, se avesse perso il figlio, sarebbe stata disposta a “uccidere il bambino, uccidersi e uccidere anche Paolo”. Una frase che oggi suona come una profezia tragicamente ignorata.
Il clima familiare era stato segnato da denunce reciproche e accuse durissime. Le contestazioni per presunte violenze sul bambino da parte del padre erano state archiviate, mentre la denuncia dell’avvocata Gigliola Bridda per maltrattamenti subiti da Giovanni da parte della madre si era arenata dopo che il pm aveva ritenuto che le lesioni fossero compatibili con “eventi accidentali”. Una tesi accolta dal gip, che aveva portato alla chiusura del caso. Quel tentativo di strangolamento riportato dal bambino — e documentato — non era stato considerato sufficiente per modificare le condizioni di affidamento.
Il giorno della tragedia, l’incontro tra madre e figlio si è svolto senza la presenza degli assistenti sociali, nonostante la storia clinica della donna e le richieste del padre. Nessuno ha potuto intervenire prima che la situazione degenerasse in maniera irreversibile. L’autopsia dovrà stabilire il numero delle coltellate inferte al piccolo, una violenza che lascia sgomenti e interroga la responsabilità delle istituzioni coinvolte.
Il ministro della Giustizia ha chiesto una relazione urgente per verificare la correttezza delle decisioni che hanno portato all’incontro non protetto. Una tragedia che ha scatenato un’ondata di indignazione pubblica: molti si chiedono come sia stato possibile ignorare segnali così chiari e come si sia potuto autorizzare un contatto diretto tra un bambino vulnerabile e una madre dalla storia clinica così complessa.
Il caso di Giovanni è destinato a diventare un punto di svolta nel dibattito sull’affidamento dei minori. Una storia che obbliga a riflettere sul peso delle responsabilità istituzionali, sulla necessità di ascoltare profondamente i bambini e sul dovere imprescindibile di proteggerli, sempre, soprattutto quando chiedono aiuto con parole semplici ma inequivocabili: “Ho paura”.