Katia "la nera", la regina della cocaina a Milano: la rete segreta dei rider e i clienti insospettabili del potere
Un’operazione congiunta del Ros dei Carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia di Milano ha smantellato una delle reti di spaccio più sofisticate e radicate del capoluogo lombardo. Al centro dell’inchiesta c’è Katia Adragna, 46 anni, conosciuta negli ambienti criminali come “la Nera”, accusata di aver diretto la “Nuova Barona”, una cellula del clan Calajò che controllava il traffico di cocaina nel sud di Milano. L’indagine, che ha portato a diciannove arresti, svela un sistema tanto efficiente quanto inquietante: uno spaccio gestito come un’azienda, con contabilità, ruoli precisi e una rete di “rider” che consegnavano droga camuffati da fattorini.
Una donna al vertice del traffico milanese
Dopo l’arresto dei vertici storici del clan Calajò, Katia Adragna avrebbe assunto il controllo del territorio per assicurare la continuità del business illecito e la raccolta dei profitti destinati ai membri detenuti del clan. L’organizzazione agiva con una struttura quasi manageriale: piani di consegna, budget per la logistica e persino una sorta di “busta paga” per i corrieri, in parte in denaro, in parte in cocaina.
Gli inquirenti hanno scoperto due centrali operative — una in via De Pretis e un’altra in via Lope de Vega — trasformate in vere e proprie “fabbriche” dello spaccio. Qui venivano preparate le dosi, confezionate in modo da sembrare innocui pacchi per consegne a domicilio. Durante una perquisizione, è stato rinvenuto un quaderno rosso e un’agenda nera con la contabilità dell’organizzazione: elenchi di nomi, quantità, cifre e pagamenti, oltre a dettagli sulle spese per benzina e manutenzione degli scooter.
I rider della cocaina
Il sistema di distribuzione si basava su una rete di corrieri che agivano sotto copertura, fingendosi rider delle principali piattaforme di delivery. Nelle intercettazioni venivano chiamati “glovo”, in riferimento all’app più conosciuta. Questi fattorini portavano la droga direttamente ai clienti, attraversando la città con giubbotti catarifrangenti e zaini da consegna, indistinguibili dai normali lavoratori del settore.
Gli investigatori hanno ricostruito un flusso costante di consegne, con una logistica accuratamente studiata per eludere i controlli. Ogni “rider” riceveva istruzioni tramite messaggi criptati e doveva seguire orari precisi, in modo da evitare percorsi ripetitivi. Alcuni di loro erano stati reclutati proprio dal mondo delle consegne a domicilio, attratti da guadagni rapidi e privi di tracciabilità.
Una struttura “aziendale” con clienti eccellenti
Tra gli arrestati figurano anche quattro donne, tra cui Federica Mastrapasqua, indicata come responsabile del reclutamento dei nuovi clienti e della gestione di uno dei punti di smistamento. Gli inquirenti parlano di un’organizzazione “di stampo imprenditoriale”, dove ogni membro aveva compiti specifici e la disciplina era ferrea.
In alcune intercettazioni, Katia Adragna spiegava con tono deciso ai propri collaboratori che non si potevano concedere sconti: “Io ci vivo di questo. È il pane per la mia famiglia.” Frasi che rivelano la lucidità con cui la donna gestiva il traffico, mantenendo un equilibrio tra controllo del territorio e rapporti con la rete di distribuzione.
Ma l’aspetto più delicato dell’inchiesta riguarda la clientela. Dai documenti e dalle conversazioni emergono riferimenti a figure “di rilievo”: avvocati, giudici, politici. Persone che, secondo quanto trapelato, la stessa Adragna considerava “utili” per garantire protezione e coperture. Dopo l’avvio di alcuni procedimenti giudiziari nel 2024, la donna avrebbe cancellato gran parte dei contatti telefonici, mantenendo però quelli dei clienti più influenti.
Indagini e ombre sul potere
Le indagini, partite dopo gli arresti del clan Calajò tra il 2023 e il 2024, sono state condotte attraverso intercettazioni ambientali, pedinamenti e analisi dei flussi di denaro. Gli investigatori hanno tracciato i movimenti di centinaia di transazioni, molte delle quali in contanti, e scoperto un sistema di riciclaggio che sfruttava piccole attività commerciali di copertura.
La figura di Katia “la Nera” rappresenta, secondo gli inquirenti, l’evoluzione del narcotraffico urbano: un modello femminile di comando, capace di fondere metodi mafiosi con logiche aziendali, e di penetrare negli ambienti del potere economico e giudiziario.
Oggi, mentre l’inchiesta continua per identificare i clienti più illustri, Milano si trova a fare i conti con un volto nuovo della criminalità organizzata: discreta, tecnologica, radicata nel tessuto sociale e pronta a infiltrarsi nei gangli dell’élite cittadina. Un sistema che, sotto la patina di normalità, consegnava cocaina con la stessa rapidità di una pizza.


