Dopo anni di ossessioni, messaggi e tentativi di contatto, è arrivata la condanna per Julia Wandelt, la 24enne polacca che sosteneva di essere Madeleine McCann, la bambina inglese scomparsa nel 2007 in Portogallo. Il tribunale britannico di Leicester ha dichiarato la giovane colpevole di molestie nei confronti dei genitori di Maddie, Kate e Gerry McCann, al termine di un processo durato cinque settimane che ha messo in luce una vicenda dai contorni tanto drammatici quanto inquietanti.
Julia Wandelt, originaria di Lubin, aveva tormentato la famiglia McCann per mesi, arrivando a contattarli più di 60 volte in un solo giorno tra telefonate, messaggi e apparizioni sotto casa. La donna sosteneva con ostinazione di essere proprio lei la bambina scomparsa a Praia da Luz all’età di tre anni, una delle vicende più misteriose e seguite nella storia della cronaca mondiale.
La Corte ha però stabilito che il comportamento della 24enne costituisce molestia, ma non stalking, come invece era stato ipotizzato inizialmente. Anche la coimputata, Karen Spragg, una conoscente gallese che aveva sostenuto le sue convinzioni online, è stata assolta da ogni accusa. La giudice Deborah Cutts ha condannato Wandelt a sei mesi di carcere, pena già scontata durante la custodia cautelare, e ha emesso un ordine di espulsione verso la Polonia. Ora spetterà al Ministero dell’Interno britannico decidere se trattenerla ancora prima del rimpatrio.
Durante il processo, Wandelt ha raccontato di aver iniziato a credere di essere Madeleine dopo aver seguito sedute di ipnosi che, a suo dire, le avrebbero riportato alla mente “ricordi perduti” dell’infanzia: momenti di gioco con un fratellino di nome Sean, pranzi in famiglia, persino il suono della voce della madre. Questi presunti ricordi, secondo quanto riferito in aula, sarebbero stati il motore della sua ossessione.
Gli esperti forensi, tuttavia, hanno rapidamente demolito ogni ipotesi. La biologa Rosalyn Hammond ha presentato in tribunale i risultati del test genetico che dimostrano in modo inequivocabile come il DNA di Wandelt non corrisponda a quello di Madeleine McCann. Nonostante le prove schiaccianti, la donna ha continuato a sostenere la propria versione, chiedendo di visionare la “documentazione completa” del test, convinta che “qualcuno voglia nascondere la verità”.
Durante le udienze sono emersi dettagli preoccupanti sul comportamento della 24enne. Lo scorso dicembre si era avvicinata personalmente alla casa dei McCann, nel tentativo di consegnare una lettera a Kate McCann, nella quale la chiamava “mamma” e implorava un incontro per effettuare un nuovo test del DNA. Kate, in aula, ha dichiarato di essere rimasta “profondamente turbata” da quell’episodio e dalle continue intrusioni nella vita privata della sua famiglia.
Nel corso del dibattimento, Wandelt ha inoltre diffuso affermazioni prive di fondamento, accusando i genitori di Madeleine di essere coinvolti nella sparizione della bambina e sostenendo che l’operazione “Grange” – l’indagine ufficiale condotta da Scotland Yard, costata oltre 13 milioni di sterline – sarebbe un “copertura per un giro di denaro illecito”. Tutte accuse respinte come fantasiose e senza alcun riscontro.
Alla lettura del verdetto, Julia Wandelt è scoppiata in lacrime, coprendosi il volto con le mani. La giudice ha riconosciuto le difficoltà psicologiche della giovane, ma ha sottolineato la gravità dei danni causati alle vittime, ricordando che “la libertà di credere a una fantasia non può mai giustificare un comportamento persecutorio”.
Dopo la sentenza, la famiglia McCann ha diffuso un comunicato sobrio ma fermo: “Non abbiamo provato alcuna soddisfazione nel processo. Volevamo solo che le molestie cessassero e che la nostra vita potesse tornare alla normalità”.
Il caso di Julia Wandelt rappresenta l’ennesimo capitolo nella lunga e dolorosa storia della scomparsa di Madeleine McCann, un mistero che continua a scuotere l’opinione pubblica quasi due decenni dopo quella notte del 2007 in Algarve. Mentre la giustizia britannica mette un punto su questa vicenda parallela, resta l’eco di una tragedia mai dimenticata e il bisogno, ancora irrisolto, di verità.