Una nuova ombra cala sulla guerra nei Balcani. A trent’anni dall’assedio di Sarajevo, una voce autorevole riapre uno dei capitoli più oscuri della storia italiana recente. Un agente segreto bosniaco, protagonista delle operazioni di controspionaggio durante il conflitto, ha dichiarato che il Sismi, il servizio segreto militare italiano dell’epoca, era a conoscenza della presenza di cecchini italiani che avrebbero operato nella capitale bosniaca durante gli anni più duri dell’assedio.

L’uomo, rimasto nell’anonimato per motivi di sicurezza, ha rilasciato rivelazioni che potrebbero riscrivere parte della narrazione ufficiale sul ruolo dell’Italia nella guerra. Le sue parole, riportate da fonti investigative, tracciano una rete complessa di collegamenti tra operatori italiani e presunte missioni coperte che si sarebbero intrecciate con le attività di volontari umanitari provenienti da Milano e dal Nord Italia.

“Una base scoperta e un’operazione fermata a Trieste”

Lo 007 bosniaco sostiene che a inizio 1994, le autorità italiane avrebbero scoperto una base di partenza a Trieste, da cui sarebbero transitati alcuni degli uomini coinvolti.

“Dovrebbe esistere un documento che attesta l’interruzione dell’operazione. La base fu scoperta, ma non venne mai reso pubblico nulla”, ha affermato la fonte.

Secondo quanto riferito, il gruppo si sarebbe mescolato a convogli di aiuti umanitari diretti in Bosnia, sfruttando la copertura delle missioni civili per entrare nel Paese. Una volta arrivati a Sarajevo, alcuni di questi uomini avrebbero partecipato a sessioni di tiro contro civili, “per gioco o per addestramento”, come raccontano i testimoni locali.

Le rivelazioni e la pista italiana

Le prime indiscrezioni sulla presenza di italiani armati durante l’assedio erano già emerse mesi fa, quando un testimone, ex volontario di un’associazione milanese, aveva dichiarato che “almeno cinque italiani” avevano preso parte a una sorta di “caccia al bersaglio umano” nei quartieri distrutti di Sarajevo. Uomini provenienti da Torino, Milano e Trieste, alcuni con passato militare, altri semplici appassionati di armi.

Le accuse avevano provocato indignazione e incredulità, ma le nuove dichiarazioni dell’ex agente segreto sembrano dare corpo a uno scenario più articolato. Secondo l’intelligence bosniaca, le autorità italiane sarebbero state informate già all’epoca dei fatti, ma avrebbero preferito insabbiare il caso per evitare scandali internazionali.

L’ex sindaca di Sarajevo pronta a testimoniare

A confermare la gravità delle rivelazioni è anche l’ex sindaca di Sarajevo, che ha annunciato di essere “pronta a testimoniare” davanti alle autorità italiane e internazionali.

“Ci sono documenti, rapporti e fotografie. La città ha pagato un prezzo altissimo e la verità deve emergere. Non importa dopo quanti anni”, ha dichiarato.

Durante l’assedio, durato dal 1992 al 1996, oltre 11.000 civili persero la vita, molti dei quali colpiti da cecchini appostati sui palazzi circostanti. Alcuni di questi tiratori erano stranieri, arruolati o infiltrati con diversi pretesti, in un contesto di guerra caotico e spietato.

Le reazioni e i silenzi

Le parole dell’agente bosniaco hanno scosso anche il mondo politico italiano. Da Roma, nessuna conferma ufficiale è ancora arrivata. L’ex personale del Sismi contattato da alcuni giornalisti ha preferito non commentare, mentre fonti della Difesa parlano di “dichiarazioni da verificare”.

Tuttavia, diverse organizzazioni per i diritti umani chiedono ora chiarezza e accesso agli archivi italiani relativi al periodo della guerra in ex Jugoslavia. “Se davvero esistono documenti che provano un coinvolgimento diretto o indiretto, devono essere resi pubblici”, affermano i portavoce di Amnesty International Italia.

Un capitolo ancora aperto

La guerra in Bosnia continua a rivelare retroscena che gettano luce su operazioni oscure e interessi incrociati. La testimonianza dello 007 bosniaco, se confermata, aggiunge un tassello inquietante a una vicenda in cui confini tra volontariato, intelligence e mercenarismo si fanno sottili e ambigui.

Mentre la magistratura valuta la riapertura di un fascicolo sui presunti “cecchini italiani”, Sarajevo torna a essere teatro di un’altra battaglia: quella per la verità storica.

A trent’anni di distanza, le ferite della città martire dell’ex Jugoslavia non si sono ancora rimarginate. E forse, dietro i colpi di fucile che squarciavano il silenzio delle sue strade, si nasconde ancora un segreto che l’Europa non ha mai voluto raccontare.

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