Il dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri entra nel vivo e, a sorpresa, arriva una presa di posizione che fa discutere. Gianfranco Fini, ex presidente della Camera ed ex leader di Alleanza Nazionale, ha confermato il proprio sostegno alla riforma voluta dal governo Meloni, annunciando che voterà “sì” al referendum costituzionale previsto per marzo. Le sue parole, affidate a una conversazione con Il Fatto Quotidiano, segnano un punto di svolta e riportano l’ex volto storico della destra italiana al centro del dibattito politico.
“Non voglio dire apertamente come voterò, ma è abbastanza intuitivo”, ha dichiarato con tono ironico Fini, lasciando poco spazio ai dubbi. La posizione dell’ex leader arriva dopo anni di silenzio e rappresenta un chiaro segnale di appoggio alla linea del governo, che punta a separare definitivamente le carriere tra magistratura giudicante e requirente, una proposta che da decenni divide la politica italiana.
La presa di posizione di Fini non è casuale: l’ex presidente della Camera ha ricordato come, ai tempi di Alleanza Nazionale, il suo partito avesse bloccato la riforma voluta da Silvio Berlusconi, ma solo per motivi tecnici. “C’era molto dibattito, certo — ha spiegato — ma noi sostenevamo che la separazione delle carriere dovesse arrivare dopo quella delle funzioni. E questo passaggio, di fatto, è stato introdotto con la riforma Cartabia del 2021”.
Una dichiarazione che getta una nuova luce sulla posizione storica della destra post-missina. Fini, che di Giorgia Meloni fu mentore ai tempi della sua elezione a vicepresidente della Camera a soli 29 anni, oggi sembra tornare in sintonia con la premier. Nelle ultime settimane, infatti, ha espresso parole di apprezzamento per l’azione del governo, in particolare per le scelte in materia di politica estera e per la postura atlantista dell’esecutivo.
Non mancano, però, le stoccate all’opposizione e all’Associazione Nazionale Magistrati. “Ho sentito che si continua a parlare di pieni poteri — ha detto Fini — ma se questa è la linea, significa che non hanno capito nulla di ciò che sta succedendo”. L’ex presidente della Camera accusa le opposizioni di usare argomenti retorici e fuorvianti, trasformando un tema tecnico e giuridico in uno scontro ideologico.
La posizione di Fini si discosta anche da quella di diversi esponenti storici del suo stesso partito. Negli anni Novanta, Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio e tra i principali sostenitori della riforma, invitava alla prudenza e chiedeva di “non spingersi troppo avanti”. Anche Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato, si era sempre dichiarato contrario alla separazione delle carriere, preferendo quella delle funzioni. “Non so se il gioco valga la candela”, aveva dichiarato solo pochi giorni fa.
Il ritorno in campo di Gianfranco Fini ha quindi un peso politico non indifferente. Dopo anni di silenzio e lontananza dalle cronache, l’ex leader di AN torna a far parlare di sé proprio su un tema che tocca uno dei pilastri dell’assetto istituzionale italiano. La sua apertura alla riforma viene interpretata da molti come un segno di riavvicinamento a Fratelli d’Italia e alla leadership di Giorgia Meloni, che ha sempre riconosciuto in Fini una figura di riferimento politico e culturale.
Sul piano istituzionale, la riforma proposta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio mira a creare due distinti Consigli Superiori, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, separando definitivamente carriere e funzioni. I sostenitori del progetto, tra cui ora si colloca anche Fini, ritengono che questo passaggio garantisca maggiore chiarezza e imparzialità nei processi, evitando sovrapposizioni di ruoli e potenziali conflitti d’interesse.
Le opposizioni, invece, denunciano il rischio di una riforma “punitiva” nei confronti della magistratura, sostenendo che possa compromettere l’indipendenza dei pubblici ministeri e rafforzare il potere dell’esecutivo. È proprio su questo punto che Fini lancia la sua critica più dura: “Parlare di pieni poteri è solo propaganda. Qui non c’è un attacco alla giustizia, ma la volontà di renderla più efficiente e trasparente”.
In vista del referendum, la posizione dell’ex presidente della Camera potrebbe diventare una pedina chiave nello scacchiere politico del centrodestra, dando maggiore legittimità istituzionale alla riforma. Dopo anni di distanza, Fini torna così al centro della scena, pronto a influenzare ancora una volta il dibattito nazionale — e forse anche i destini futuri della destra italiana.