La Serbia è attraversata da una nuova ondata di tensione politica e sociale. A un anno esatto dal crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad — tragedia che costò la vita a sedici persone — le strade di Belgrado e di molte altre città del Paese si sono riempite di manifestanti che chiedono verità, giustizia e le dimissioni del presidente Aleksandar Vučić.

La protesta, nata come un momento di commemorazione per le vittime dell’incidente, si è rapidamente trasformata in una manifestazione di massa contro il governo. La folla, radunata davanti al Parlamento serbo, è stata contenuta dalle forze antisommossa in una serata carica di tensione, segnata da cori, lacrime e simboli di dolore.

Il ricordo che accende la protesta

La scintilla che ha riacceso l’indignazione è stata l’iniziativa di Dijana Hrka, madre di una delle vittime, Stefan, che ha iniziato uno sciopero della fame davanti al Parlamento, accampandosi in una tenda come atto di resistenza pacifica. La donna ha dichiarato di non volersi muovere “finché non arriverà la verità su ciò che è accaduto a suo figlio e agli altri ragazzi morti nel crollo”. Le sue parole, condivise sui social e riprese dai media locali, hanno commosso il Paese e dato nuovo impulso a una mobilitazione che, negli ultimi mesi, sembrava essersi affievolita.

Attorno a lei si sono radunati centinaia di cittadini, studenti, insegnanti, operai e famiglie, creando un movimento eterogeneo che chiede non solo giustizia per Novi Sad, ma anche riforme strutturali per combattere corruzione, inefficienza e abuso di potere.

Novi Sad: il simbolo di un Paese ferito

Il disastro di Novi Sad avvenne il 1° novembre 2024, quando la tettoia della stazione ferroviaria — da poco ristrutturata — crollò improvvisamente, travolgendo decine di persone. Le indagini preliminari indicarono difetti di costruzione, controlli carenti e materiali non conformi alle norme di sicurezza.

Molti cittadini considerano quella tragedia come il simbolo di un sistema corrotto, in cui gli appalti pubblici vengono assegnati senza trasparenza e la sicurezza delle persone viene sacrificata all’interesse politico ed economico. Nonostante le promesse del governo, l’inchiesta procede a rilento e nessun alto funzionario è stato ancora chiamato a rispondere delle proprie responsabilità.

La rabbia nelle piazze

Negli ultimi mesi, la Serbia ha visto una crescita costante delle manifestazioni antigovernative. Dalla primavera del 2025, proteste di massa hanno riempito le strade di oltre 200 città e paesi. A Belgrado, in marzo, si è tenuta una delle più grandi mobilitazioni nella storia recente del Paese, con una partecipazione stimata tra le 100.000 e le 300.000 persone.

Le rivendicazioni dei manifestanti spaziano dalle dimissioni del presidente Vučić alla richiesta di elezioni anticipate, fino alla lotta contro la corruzione e la censura dei media. La tragedia di Novi Sad è diventata il catalizzatore di un malcontento più profondo, che riguarda la percezione di uno Stato autoritario, distante dai cittadini e incapace di garantire giustizia.

Il governo sotto assedio

Il presidente Vučić e il suo partito, al potere da oltre un decennio, si trovano ora di fronte a una delle più gravi crisi di consenso della loro storia politica. Le accuse di gestione opaca, favoritismi negli appalti pubblici e repressione del dissenso hanno incrinato l’immagine di stabilità che il governo aveva cercato di costruire.

Di fronte alle manifestazioni, il governo mantiene una linea dura, definendo le proteste “strumentalizzate” da forze straniere e dall’opposizione interna. Tuttavia, le immagini delle piazze piene e la determinazione dei manifestanti mostrano una realtà diversa: una popolazione sempre più stanca e disillusa, che non accetta più silenzi e promesse.

Le richieste del popolo

I manifestanti avanzano richieste chiare:

Dimissioni immediate di Vučić o formazione di un governo tecnico indipendente;

Indagini trasparenti sul crollo della stazione di Novi Sad e punizione dei responsabili;

Riforme nel settore delle opere pubbliche e nella gestione delle infrastrutture;

Maggiore libertà di stampa e tutela dei diritti civili.

Molti analisti ritengono che la Serbia stia vivendo un momento decisivo. Se il governo non riuscirà a dare risposte concrete, il rischio è che la protesta si radicalizzi, portando a scontri e repressioni più dure, come già accaduto in giugno, quando la polizia caricò i dimostranti davanti al Parlamento.

Un Paese al bivio

La Serbia di oggi appare divisa tra chi teme l’instabilità e chi reclama il cambiamento. Le piazze chiedono verità e trasparenza, ma il potere risponde con cautela e resistenza. La tragedia di Novi Sad non è più solo una ferita aperta: è diventata il simbolo di una nazione in cerca di giustizia e dignità.

Il destino politico del Paese, ora più che mai, sembra dipendere da quanto a lungo quella tenda davanti al Parlamento resterà in piedi — e da quanto forte continuerà a essere la voce di una madre che ha trasformato il suo dolore in battaglia civile.

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