È esplosa una nuova guerra nel mondo dei social italiani. Al centro dello scontro, Selvaggia Lucarelli e un gruppo di note attiviste online e influencer femministe, accusate dalla giornalista di aver alimentato campagne d’odio e veri e propri linciaggi digitali mascherati da “call out”, cioè mobilitazioni collettive contro individui ritenuti colpevoli di comportamenti scorretti.

L’inchiesta, pubblicata su Il Fatto Quotidiano, ha gettato benzina sul fuoco del dibattito tra libertà di espressione, responsabilità digitale e la crescente deriva tossica dell’attivismo sui social network. Lucarelli, nel suo articolo, fa nomi e cognomi, parlando apertamente di Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte, Flavia Carlini, Karem Rohana e Giuseppe Flavio Pagano, descrivendoli come protagonisti di una rete di accuse pubbliche e messaggi d’odio diffusi tramite canali privati.

Secondo quanto riportato, al centro del caso ci sarebbe una chat riservata attiva tra marzo 2024 e gennaio 2025, oggi finita nelle mani degli inquirenti. Il contenuto di queste conversazioni, che doveva rimanere coperto dal segreto istruttorio, sarebbe stato rivelato nell’articolo della giornalista, scatenando una tempesta mediatica senza precedenti.

La chat, secondo Lucarelli, conterrebbe decine di messaggi di tono violento e denigratorio nei confronti di numerosi personaggi pubblici, appartenenti al mondo della cultura, del giornalismo e dello stesso femminismo italiano. Le parole, spesso intrise di rancore, colpirebbero figure come Michela Murgia, la scrittrice scomparsa lo scorso anno, e i membri della sua “famiglia queer”, tra cui Chiara Valerio. Altri nomi finiti nel mirino sarebbero Roberto Saviano, il collettivo Tlon, Francesca Scandavasi, Cecilia Sala, Eddi Marcucci e Paolo Mieli.

Non sarebbero mancati neppure riferimenti diretti alla stessa Selvaggia Lucarelli e alla sua collaboratrice Serena Mazzini, le cui denunce – sostiene la giornalista – avrebbero dato il via all’indagine. La Mazzini, in particolare, era stata accusata sui social di partecipare a una chat Telegram dedicata all’hate speech e all’omofobia, accusa che gli inquirenti hanno poi giudicato priva di fondamento.

Nella versione ricostruita da Il Fatto Quotidiano, i ruoli sembrano essersi invertiti: i veri contenuti d’odio sarebbero emersi proprio dalle conversazioni private delle influencer che, in nome del femminismo e della giustizia sociale, avrebbero orchestrato vere e proprie campagne di denigrazione sistematica contro chiunque non condividesse le loro posizioni.

L’articolo ha scatenato una reazione immediata. Carlotta Vagnoli, una delle principali destinatarie dell’inchiesta, ha replicato duramente tramite le proprie storie su Instagram, definendo il pezzo “inutile” e accusando Lucarelli di aver avuto accesso illegittimo a materiale coperto da segreto istruttorio. “È bizzarro – ha scritto – come una persona estranea al processo possa pubblicare documenti non ancora utilizzabili a fini giudiziari, mettendo a rischio la sicurezza delle persone coinvolte.” Vagnoli ha poi aggiunto che tre delle persone citate non sarebbero nemmeno indagate, e ha annunciato che “anche questa pagina di giornalismo finirà davanti al giudice”.

L’episodio ha acceso un intenso dibattito. Da un lato chi difende la libertà di stampa e il diritto di informare, dall’altro chi denuncia una giustizia spettacolarizzata che espone alla gogna soggetti non ancora giudicati. Nel frattempo, la rete si divide tra chi chiede trasparenza e chi accusa Lucarelli di aver scatenato una caccia alle streghe.

Il caso rappresenta l’ennesimo capitolo di un fenomeno sempre più diffuso: la trasformazione dei social in tribunali virtuali, dove il giudizio collettivo precede quello della magistratura e dove l’attivismo spesso sfocia in odio organizzato.

La vicenda è tutt’altro che conclusa. Mentre la magistratura continua a indagare sulla chat e sull’origine delle denunce, lo scontro tra Selvaggia Lucarelli e il gruppo di influencer femministe promette di infiammare ancora a lungo il mondo dell’informazione e dei social network, aprendo una riflessione profonda sui limiti dell’attivismo digitale e sul confine sempre più sottile tra giustizia e vendetta online.

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