L’Europa assiste a una svolta che potrebbe ridefinire i suoi equilibri politici interni. In Francia, per la prima volta nella storia recente, il cosiddetto cordone sanitario — l’accordo non scritto che vietava ai partiti tradizionali di collaborare con l’estrema destra — è stato infranto. All’Assemblea Nazionale è infatti passata una risoluzione presentata dal Rassemblement National di Marine Le Pen, segno evidente di un mutamento profondo nel clima politico francese e, forse, europeo.

La proposta di Le Pen riguardava la revisione dell’accordo franco-algerino del 1968, che regola ancora oggi le procedure di immigrazione, rilascio dei visti e rimpatri tra i due Paesi. L’intesa, nata in un contesto storico completamente diverso, garantiva agli algerini un trattamento privilegiato rispetto ad altri cittadini extracomunitari. Per il partito sovranista, quell’accordo è ormai un anacronismo costoso, simbolo di un sistema da rivedere alla luce delle nuove sfide migratorie e della sicurezza nazionale.

La risoluzione è stata approvata con un solo voto di scarto: 185 favorevoli e 184 contrari. Un margine risicatissimo, ma politicamente esplosivo. Non tanto per il contenuto, quanto per il messaggio che invia: per la prima volta, una proposta del Rassemblement National ha ricevuto il via libera del Parlamento. Un tabù infranto che segna l’inizio di un’epoca di “collaborazioni possibili”, anche solo tattiche, con la destra radicale.

A sostenere il testo, oltre ai deputati di Rn, si sono aggiunti membri dei Républicains, dell’Unione delle destre per la Repubblica e alcuni esponenti del centrodestra legati all’ex premier Édouard Philippe. L’asse macronista, invece, ha vacillato: diversi deputati di Ensemble pour la République non hanno partecipato al voto o si sono astenuti, generando accuse incrociate e spaccature all’interno della maggioranza.

La sinistra, colta di sorpresa, ha reagito con durezza. “Un testo discriminatorio approvato grazie all’assenza dei deputati macronisti”, ha tuonato Mathilde Panot, leader dei parlamentari de La France Insoumise. Ma le spiegazioni dei centristi non hanno convinto: il Rassemblement avrebbe modificato all’ultimo momento l’ordine del giorno, impedendo la presenza di alcuni esponenti del governo. Un dettaglio che, pur non cambiando la sostanza del voto, mette in luce il livello di tensione e di calcolo politico che attraversa l’attuale panorama francese.

Oltre l’immediato impatto parlamentare, il voto francese ha un valore simbolico enorme. Dopo il successo elettorale del 2024, il Rassemblement National è oggi il primo partito del Paese nei sondaggi, e il suo radicamento sul territorio cresce di settimana in settimana. L’immigrazione, tema centrale della risoluzione, resta la chiave di volta del consenso lepenista: una questione che intreccia paura, sicurezza, identità e controllo dei confini.

La mossa arriva in un momento di grande fragilità per il governo francese. L’esecutivo guidato da Sébastien Lecornu appare sempre più in bilico, stretto tra la pressione dei socialisti e quella di una destra che annusa l’odore della vittoria. Alcuni osservatori interpretano il voto come un avvertimento ai socialisti, affinché moderino le loro richieste e lascino spazio a un possibile asse di destra “patriottico” in grado di condizionare l’agenda del governo.

Sul piano personale, la stessa Marine Le Pen resta un enigma. Pur essendo stata condannata lo scorso marzo per uso improprio di fondi europei e interdetta da cariche pubbliche per cinque anni, la leader sovranista continua a influenzare ogni mossa del suo partito. In attesa del ricorso previsto per il 2026, il comando operativo è saldamente nelle mani di Jordan Bardella, giovane delfino che molti vedono già come futuro candidato all’Eliseo.

Ma al di là delle vicende giudiziarie e dei giochi parlamentari, la scena francese riflette un fenomeno più ampio: l’erosione del centro politico e l’ascesa delle forze radicali. In un’Europa scossa da crisi migratorie, tensioni geopolitiche e disuguaglianze economiche crescenti, le vecchie barriere ideologiche si sgretolano.

Il voto francese, in fondo, non è solo un segnale interno: è un avvertimento per tutta l’Unione. Il vento sovranista torna a soffiare forte, e se la Francia — culla del liberalismo europeo — inizia a cedere alle spinte della destra radicale, l’onda lunga potrebbe presto travolgere anche altri Paesi.

L’Europa si scopre più fragile, meno coesa, e soprattutto più divisa sul suo stesso futuro. E mentre Le Pen festeggia la “giornata storica” per il suo partito, a Bruxelles e nelle capitali europee cresce una domanda che nessuno osa ancora porre ad alta voce: quanto manca prima che l’onda nera arrivi anche lì?

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