Nel mondo del ciclismo moderno, la corsa verso il successo inizia sempre prima. Le categorie giovanili, un tempo terreno di crescita e formazione, stanno diventando veri e propri mercati di scouting, dove gli agenti, le squadre e gli sponsor si contendono i nomi più promettenti già in età adolescenziale. Un fenomeno che sta assumendo dimensioni preoccupanti e che mette in discussione la salute psicologica e sportiva di una generazione di corridori.

L’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) ha recentemente annunciato una riforma significativa: a partire dal 2026, i corridori con un contratto da professionisti non potranno più partecipare alle competizioni Under 23, comprese le prestigiose gare della Nations Cup come il Tour de l’Avenir. La decisione mira a creare una netta distinzione tra chi è già entrato nel mondo professionistico e chi sta ancora costruendo la propria carriera. Una misura che, secondo molti osservatori, rappresenta un passo necessario per restituire equilibrio a un sistema che da anni spinge i giovani verso una maturità agonistica sempre più precoce.

La tendenza è esplosa dopo il caso di Remco Evenepoel, talento belga che ha bruciato le tappe diventando professionista direttamente dalla categoria juniores. Da allora, numerosi giovani hanno seguito la stessa traiettoria: promesse appena diciottenni ingaggiate da team World Tour, trasformate in professionisti prima ancora di aver imparato a gestire la pressione, le aspettative e le dinamiche interne di una squadra di alto livello.

Robbert de Groot, direttore delle performance della Visma

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