Il mondo bianconero è tornato al centro del dibattito calcistico, e stavolta le parole di Luciano Moggi riaccendono il fuoco delle polemiche. L’ex direttore generale della Juventus ha analizzato con lucidità e un pizzico di sarcasmo il momento difficile del club, soffermandosi su tre temi chiave: il continuo cambio di allenatori, l’eventuale approdo di Luciano Spalletti e la confusione crescente attorno al Var, diventato ormai un protagonista scomodo del calcio moderno.
Secondo Moggi, il problema principale non è legato ai singoli tecnici, ma a un sistema che da tempo sembra inceppato. Il riferimento a Igor Tudor è diretto, ma il messaggio è più ampio: “Quando si cambia spesso guida tecnica e i risultati restano gli stessi, significa che l’ingranaggio interno ha qualcosa che non funziona. Non basta sostituire il conducente, serve oliare il motore.” Parole che suonano come un monito alla dirigenza, invitata a guardare dentro la struttura piuttosto che limitarsi alle apparenze.
Sul possibile arrivo di Luciano Spalletti, Moggi non ha dubbi: sarebbe la scelta ideale per rimettere ordine. “In questo momento è il migliore disponibile – sostiene – perché la Juventus ha perso personalità. Serve un allenatore esperto, con carisma e credibilità.” Il giudizio è netto, e lascia intendere che, per l’ex dirigente, la chiave del rilancio non sta tanto nei moduli o nelle strategie, quanto nella leadership. Spalletti, reduce dal trionfo con il Napoli, rappresenta per molti l’allenatore capace di unire disciplina e gioco, qualità di cui la Juventus sembra avere un disperato bisogno.
Moggi non risparmia nemmeno qualche frecciata sulle scelte di mercato. Secondo lui, il club avrebbe dovuto rinforzare centrocampo e difesa piuttosto che puntare tutto sul reparto offensivo: “I problemi veri della Juve non si risolvono con tre attaccanti. Senza equilibrio dietro e senza una mediana solida, ogni vittoria è un’illusione momentanea.” Il giudizio è severo ma lucido, e fotografa una squadra che fatica a imporsi, nonostante il valore dei singoli.
Sulle polemiche legate al tatuaggio di Spalletti dedicato al Napoli, Moggi taglia corto: “Sono sciocchezze. Gli allenatori sono professionisti. Possono amare una città, ma quando siedono su una nuova panchina devono pensare solo alla squadra che guidano.” Un messaggio di pragmatismo in un calcio sempre più dominato da gossip e simboli, dove anche un tatuaggio può trasformarsi in motivo di divisione.
L’ex dirigente mette poi in luce la mancanza di personalità tra i giocatori attuali. “Mancano leader veri, gente capace di trascinare il gruppo. Contro l’Udinese la Juve ha vinto grazie ai rigori, ma soffre troppo sia in difesa che in attacco.” Una squadra che si arrangia, che prova a colpire quando può ma senza un’identità precisa: questa, secondo Moggi, è la fotografia di una Juventus lontana anni luce da quella dei tempi d’oro.
Infine, l’argomento che non manca mai nelle sue analisi: il Var. Moggi lo considera uno strumento nato con buone intenzioni ma gestito male. “Fuorigioco e goal-line technology sono oggettivi, ma tutto il resto è soggettivo. Le regole cambiano di continuo e la confusione aumenta. Serve semplificare per ridare serenità a giocatori e arbitri.” Poi la chiosa ironica: “Quando nacque il Var, molti dissero che finalmente la Juve non sarebbe stata più favorita. Oggi, agli stessi, dà fastidio quando capita un errore contro. Il calcio è così: deve restare uno spettacolo, ma chi lo gestisce sembra averlo dimenticato.”
Parole che, ancora una volta, mostrano come Luciano Moggi resti una delle voci più taglienti e lucide del panorama calcistico italiano, capace di toccare i nervi scoperti della Juventus e, più in generale, del calcio moderno.