Un gesto simbolico che sta facendo discutere il mondo della cultura e della politica. Gli Stati Uniti hanno revocato il visto d’ingresso a Wole Soyinka, premio Nobel nigeriano per la letteratura e figura di spicco dell’impegno civile africano. L’annuncio è arrivato direttamente dallo scrittore, che in una conferenza stampa a Lagos ha mostrato ai giornalisti la lettera ricevuta dal Consolato statunitense in Nigeria, una comunicazione che definisce, con ironia, “una lettera d’amore piuttosto curiosa”.
Secondo il documento, datato 23 ottobre, la revoca del visto rientrerebbe nelle procedure del Dipartimento di Stato americano, che consente alle autorità di annullare un permesso non-immigrante “in qualsiasi momento” e senza obbligo di motivazione. L’ambasciata USA in Nigeria, contattata da diversi media locali, ha scelto di non rilasciare commenti, ma la decisione ha già sollevato un’ondata di polemiche, interpretata da molti come un segnale politico.
Soyinka, 91 anni, è una delle voci più autorevoli del continente africano. Primo autore del continente a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1986, è conosciuto non solo per la sua opera letteraria – tra le più celebri “Il leone e il gioiello”, “La morte e il cavaliere del re” e “Gli interpreti” – ma anche per il suo coraggio civile. Durante la guerra civile nigeriana, tra il 1967 e il 1969, fu incarcerato per aver espresso posizioni contro il conflitto e per il suo impegno a favore del dialogo. Neanche la prigione lo fermò: scrisse gran parte delle sue opere su pezzi di carta nascosti e con mezzi di fortuna, divenendo un simbolo di libertà intellettuale.
Negli Stati Uniti, Soyinka ha insegnato in alcune delle università più prestigiose – da Harvard a Yale fino a Emory – e ha vissuto per lunghi periodi nel Paese. Per anni ha posseduto una Green Card, che gli garantiva la residenza permanente, ma decise di distruggerla pubblicamente nel 2016, subito dopo l’elezione di Donald Trump, in segno di protesta contro quello che definì “un ritorno all’arroganza e all’intolleranza”.
Le sue posizioni critiche nei confronti dell’ex presidente americano sono sempre state nette. Più volte Soyinka ha accusato Trump di “incoraggiare l’odio e l’ignoranza” e, in un’intervista recente, lo ha addirittura paragonato a Idi Amin, il sanguinario dittatore ugandese che governò con il terrore negli anni Settanta. “Quando l’ho definito Idi Amin – ha detto con sarcasmo – pensavo di fargli un complimento. In fondo, anche lui si comporta come un dittatore”.
L’episodio del visto revocato, secondo molti osservatori, non può essere considerato un semplice atto burocratico. In Nigeria, numerosi intellettuali e giornalisti hanno espresso solidarietà al premio Nobel, interpretando la mossa americana come una rappresaglia diplomatica verso un uomo che non ha mai esitato a criticare il potere, da qualunque parte provenisse.
Soyinka, dal canto suo, non sembra affatto turbato. Con la consueta ironia ha dichiarato di essere “molto soddisfatto” della decisione, precisando di non avere alcuna intenzione di chiedere un nuovo visto. “Se qualcuno vuole incontrarmi – ha detto – sa dove trovarmi. Non serve attraversare l’oceano per farlo.”
La figura di Wole Soyinka resta, ancora oggi, una delle più luminose del panorama culturale mondiale. In un’epoca di conformismo e censura mascherata, il suo esempio continua a ricordare che la libertà di parola e di pensiero è un diritto che non si revoca.
La decisione americana, oltre ad accendere un dibattito sulle relazioni tra Washington e il continente africano, riporta l’attenzione sul ruolo degli intellettuali come coscienza critica delle democrazie. E se davvero il suo ingresso negli Stati Uniti resterà vietato, la voce di Soyinka continuerà comunque a viaggiare: attraverso i suoi libri, le sue lezioni e la sua inesauribile capacità di provocare il potere con una sola arma – la parola.