Per un anno intero, Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione Palestinesi in Italia, non potrà mettere piede a Milano. La misura è stata notificata nella giornata del 25 ottobre 2025, direttamente all’aeroporto di Linate, dove l’uomo era appena atterrato da Roma con l’intenzione di partecipare a una manifestazione a sostegno della causa palestinese, prevista nel pomeriggio nel capoluogo lombardo.

Ad attenderlo, tuttavia, non c’erano attivisti o colleghi, ma agenti della Polizia di Stato. Appena uscito dall’aereo, Hannoun è stato fermato e accompagnato negli uffici di polizia dello scalo, dove gli sono stati consegnati due atti ufficiali: un nuovo foglio di via obbligatorio da Milano, valido per dodici mesi, e una denuncia per istigazione alla violenza. Si tratta del secondo provvedimento di questo tipo nei suoi confronti, dopo quello già emesso nel corso del 2024.

Le autorità hanno motivato la misura con una serie di dichiarazioni pubbliche diffuse dal presidente dell’associazione, giudicate potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico. Secondo quanto riportato, Hannoun avrebbe espresso sui social network, in particolare durante dirette trasmesse su Facebook, frasi che esaltavano la “legge del taglione” e inneggiavano alla punizione di collaborazionisti e presunti traditori, in riferimento agli scontri e agli omicidi avvenuti in territorio palestinese.

Gli inquirenti ritengono che tali affermazioni, pronunciate in un momento di forte tensione internazionale e amplificate dai social media, potessero alimentare sentimenti di odio e provocare reazioni di massa difficilmente controllabili. Da qui la decisione di impedire la presenza di Hannoun sul territorio milanese, soprattutto in occasione di eventi o manifestazioni a tema politico o religioso, dove la sua partecipazione avrebbe potuto creare turbative.

L’uomo, noto per la sua attività di attivista pro-palestinese e per le frequenti prese di posizione contro la politica israeliana, ha espresso il proprio dissenso per la decisione, definendo il provvedimento un atto di repressione nei suoi confronti. In alcune dichiarazioni successive, Hannoun ha affermato che si tratta di una misura ingiusta, che colpisce la libertà di espressione e la solidarietà verso il popolo di Gaza. Ha inoltre accusato il governo italiano di essere “complice del genocidio in corso”, sostenendo che l’Italia, fornendo armi a Israele, contribuisce indirettamente al conflitto e alla distruzione nella Striscia.

Nonostante le polemiche, le autorità hanno ribadito che il provvedimento non ha natura politica, ma preventiva. L’obiettivo, secondo quanto riferito, sarebbe quello di tutelare la sicurezza pubblica in un contesto nazionale ed europeo già segnato da un crescente clima di tensione attorno alle manifestazioni pro e contro Israele. Negli ultimi mesi, infatti, diverse città italiane hanno assistito a cortei e presidi che, pur nella maggior parte dei casi pacifici, hanno talvolta degenerato in scontri verbali o fisici.

Dopo la notifica, Mohammad Hannoun ha lasciato Milano e ha fatto ritorno a Genova, dove risiede, accompagnato dal figlio che era arrivato a prenderlo all’aeroporto. L’attivista ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso contro il foglio di via, ritenendo il provvedimento una limitazione ingiustificata della libertà personale. Nel frattempo, la manifestazione milanese si è svolta regolarmente, sotto l’attenta sorveglianza delle forze dell’ordine, che hanno presidiato i principali punti del percorso per evitare tensioni.

Il caso di Hannoun riaccende il dibattito sul confine tra libertà di opinione e istigazione alla violenza, in un momento in cui le parole pronunciate o diffuse online possono rapidamente trasformarsi in strumenti di mobilitazione o divisione. Una vicenda che, al di là delle posizioni personali, riflette le difficoltà di bilanciare il diritto alla protesta con la necessità di garantire la sicurezza pubblica in tempi di grande instabilità internazionale.

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