Un minuscolo chip impiantato dietro la retina sta cambiando la storia della medicina oculare. Grazie a questa innovativa tecnologia, decine di persone affette da grave perdita della vista hanno potuto tornare a leggere e riconoscere forme, lettere e volti. Un traguardo che molti specialisti considerano “storico”, poiché per la prima volta un impianto retinico non si limita a rallentare il decorso di una malattia degenerativa, ma riesce a ripristinare una funzione visiva complessa.
La patologia al centro della sperimentazione è la degenerazione maculare legata all’età (AMD), una condizione che rappresenta la principale causa di cecità nei Paesi industrializzati. Nella forma atrofica — o “atrofia geografica” — le cellule fotorecettrici della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione nitida, muoiono progressivamente, lasciando le persone con una visione centrale compromessa ma una periferica ancora attiva. Fino ad oggi, i trattamenti disponibili potevano solo rallentare la perdita della vista, mai restituirla.
Il cuore della tecnologia
Il sistema, chiamato PRIMA, è il risultato di una collaborazione tra il professor Daniel Palanker della Stanford University e Frank Holz dell’Università di Bonn. Al centro della tecnologia si trova un microchip fotovoltaico di silicio, grande appena due millimetri e spesso meno di un capello umano, impiantato chirurgicamente sotto la retina, nella zona danneggiata dalla malattia.
Una volta posizionato, il chip comunica con un paio di occhiali a realtà aumentata dotati di microcamera, collegati a un piccolo computer portatile che il paziente porta alla cintura. Gli algoritmi di intelligenza artificiale elaborano le immagini catturate dalla videocamera e le traducono in impulsi elettrici. Questi vengono inviati ai neuroni retinici ancora attivi, che a loro volta trasmettono i segnali al cervello, dove vengono interpretati come percezioni visive.
Attraverso una funzione di zoom integrata, gli occhiali consentono al paziente di mettere a fuoco oggetti, lettere o volti, “scansionando” l’ambiente circostante. Per imparare a usare il nuovo sistema, ogni persona segue un percorso di riabilitazione visiva della durata di alcuni mesi, durante il quale impara a decifrare i segnali artificiali generati dal dispositivo.
Lo studio clinico europeo
I risultati della sperimentazione sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine e hanno coinvolto 38 pazienti in 17 ospedali distribuiti in cinque Paesi europei. Dopo un anno dall’impianto, l’84% dei partecipanti ha mostrato un miglioramento significativo della vista, riuscendo a distinguere lettere e numeri su un tabellone ottico. Alcuni sono riusciti addirittura a leggere intere parole e brevi testi.
Una delle pazienti, Sheila Irvine, 70 anni, operata al Moorfields Eye Hospital di Londra, ha raccontato di essere passata da “due macchie nere davanti agli occhi” a poter di nuovo leggere libri e risolvere cruciverba. Un recupero impensabile fino a pochi anni fa, che ha emozionato medici e ricercatori.
Effetti collaterali e sicurezza
Come ogni intervento oculare, anche questo non è privo di rischi. Diciannove pazienti hanno riportato effetti collaterali lievi, come ipertensione oculare o piccoli sanguinamenti, ma nessuno di questi casi ha compromesso la vista residua o la sicurezza del paziente. Secondo il team di ricerca, le complicanze sono da attribuire alla delicatezza dell’operazione e non al dispositivo in sé.
Verso una vista sempre più “umana”
Attualmente il sistema PRIMA offre una visione in bianco e nero, ma i ricercatori stanno già lavorando a una versione migliorata capace di riprodurre le sfumature di grigio. “Questo passaggio sarà fondamentale per il riconoscimento dei volti e la percezione della profondità”, ha spiegato Palanker.
La prossima generazione del chip includerà pixel più piccoli, appena 20 micron contro i 100 attuali, permettendo di raggiungere una densità fino a 10.000 pixel per impianto. Un salto tecnologico che potrebbe consentire ai pazienti di avvicinarsi a una vista di 20/80, prossima a quella normale, grazie anche a sistemi di zoom e intelligenza artificiale più evoluti.
Oltre la degenerazione maculare
Sebbene la sperimentazione sia stata condotta principalmente su pazienti con degenerazione maculare, la tecnologia potrebbe aprire la strada a nuove cure per altre forme di cecità, come la retinite pigmentosa, una malattia genetica che colpisce anche persone giovani. Il principio alla base del chip — trasformare la luce in impulsi elettrici che il cervello può interpretare — è infatti adattabile a diversi tipi di danno retinico.
“Il nostro obiettivo è restituire la vista anche a chi non ha mai visto”, ha dichiarato il professor Palanker. Le prospettive sono ambiziose: migliorare la qualità della vita di milioni di persone e trasformare la disabilità visiva in una condizione sempre più gestibile.
L’impianto PRIMA segna dunque una nuova era per la neurologia e l’oftalmologia. Non solo una conquista tecnologica, ma una prova concreta di come scienza e innovazione possano ridare, letteralmente, luce a chi l’aveva perduta.