Negli ultimi mesi, le piazze italiane sono tornate a riempirsi di volti, bandiere e voci. Non si tratta, però, delle stesse manifestazioni organizzate dai sindacati o dai partiti del passato. Oggi la mobilitazione sociale ha un volto nuovo: più spontaneo, più eterogeneo e difficilmente incasellabile nelle categorie tradizionali della politica. È un fenomeno che riflette la stanchezza verso le vecchie strutture, ma anche una rinnovata sete di partecipazione, di pace e di giustizia.
Tra coloro che osservano questo scenario con attenzione c’è Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, protagonista di alcune delle più grandi mobilitazioni della storia recente italiana, come quella del 2002 in difesa dell’articolo 18. Cofferati, che in quegli anni riuscì a portare milioni di persone al Circo Massimo, oggi invita a leggere le nuove proteste con occhi diversi, senza applicare le categorie del passato. Secondo lui, ciò che accade nelle piazze italiane non è la prosecuzione di una vecchia stagione, ma l’inizio di una storia nuova.
“In tutte le manifestazioni di questi giorni – ha spiegato – si vede una realtà diversa, un popolo che non si può interpretare con le vecchie lenti ideologiche”. Giovani e anziani, lavoratori e studenti, precari e insegnanti: mondi distanti che si ritrovano uniti dal rifiuto della guerra e dalla difesa dei diritti minacciati dalla violenza. Una moltitudine composita, difficile da definire, ma accomunata da un sentimento profondo di indignazione e di ricerca di pace.
Questa spontaneità, sottolinea Cofferati, è insieme la forza e il limite del movimento. Le piazze non si muovono più sotto la guida dei partiti o dei sindacati, ma attraverso reti orizzontali e strumenti digitali che permettono di organizzarsi in modo immediato. Mancano, però, una direzione politica e una visione condivisa. È per questo che l’ex leader sindacale richiama l’attenzione sulla necessità di un confronto: solo il dialogo e il rifiuto della violenza possono trasformare un’emozione collettiva in un progetto duraturo.
Cofferati mette anche in guardia dal rischio che una minoranza radicale possa inquinare il senso autentico delle manifestazioni. “La violenza va condannata senza esitazione – avverte – perché sporca le ragioni giuste di chi manifesta pacificamente e offre al potere l’occasione di criminalizzare il dissenso.” In altre parole, la protesta perde forza quando si lascia trascinare dall’estremismo o dal disordine.
Il tema più delicato resta però quello della crisi di rappresentanza. Per la prima volta dopo molti anni, la politica sembra inseguire la società invece di guidarla. Partiti e sindacati, un tempo mediatori tra cittadini e istituzioni, si trovano oggi a rincorrere movimenti nati dal basso, senza riuscire a interpretarli pienamente. Cofferati riconosce questa inversione di ruoli e invita le organizzazioni tradizionali a interrogarsi: “La politica è arrivata dopo i movimenti – dice – ma ora deve confrontarsi, senza giustificare la propria assenza con la crisi di rappresentanza.”
La sfida, secondo lui, è dare forma politica a un sentimento diffuso che non vuole restare solo rabbia o indignazione. Servono nuove modalità di partecipazione, capaci di unire senza soffocare la spontaneità. “Chi è organizzato – osserva Cofferati – deve aiutare la piazza a crescere nella direzione giusta, facendo emergere la parte costruttiva e isolando chi vuole distruggere.”
Le parole dell’ex segretario della Cgil suonano come un monito e un invito alla responsabilità. In un Paese attraversato da tensioni sociali e incertezze economiche, la politica non può restare spettatrice. Le piazze mostrano che esiste ancora una forte domanda di partecipazione e di giustizia, ma questa energia rischia di disperdersi se non trova interlocutori capaci di ascoltare e proporre.
Cofferati, con la sua esperienza di uomo delle istituzioni e dei movimenti, offre una chiave di lettura preziosa: per evitare che la rabbia diventi caos, occorre ritrovare la forza tranquilla del dialogo. Solo attraverso il confronto, la partecipazione consapevole e la rinuncia alla violenza, il nuovo volto della piazza italiana potrà trasformarsi in una speranza concreta di cambiamento.