La Lega si trova nuovamente al centro di una fase di profonda trasformazione, segnata da tensioni interne, divergenze strategiche e un dibattito identitario che riporta il partito alle sue origini. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, è tornato a farsi sentire con parole che lasciano emergere amarezza e preoccupazione per una formazione politica che, da movimento radicato nei territori del Nord, sembra oggi smarrita tra nuove leadership e posizioni sempre più distanti dal suo passato autonomista.

Il punto di rottura si è manifestato dopo le dichiarazioni di Roberto Vannacci, ex generale ed esponente di punta della nuova corrente leghista, che ha attribuito la recente sconfitta elettorale in Toscana alla vecchia dirigenza del partito. Fontana, in risposta, avrebbe confidato a un collega di partito il proprio disagio: “Non possiamo buttare via tutto. Non possiamo rinnegare i nostri valori e abbandonare i nostri elettori storici”. Una frase che riassume il malessere di molti amministratori del Nord, convinti che il Carroccio abbia perso il suo tratto distintivo a furia di inseguire un consenso nazionale e di inglobare identità eterogenee.

Il governatore lombardo, esponente di una Lega che si riconosce nei principi del federalismo e dell’autonomia, guarda con sospetto all’attuale impostazione del partito, che a suo giudizio vive una contraddizione insanabile: “Non possiamo essere autonomisti a Bruxelles e centralisti a Roma”. Questa dicotomia, osservano diversi dirigenti, si traduce in una sorta di schizofrenia politica, aggravata dall’ambiguità nei rapporti tra il segretario Matteo Salvini e Vannacci.

Il leader leghista, pur difendendo il diritto al pluralismo interno, non ha nascosto la necessità di “mettere ordine”. Durante una recente riunione con i suoi più stretti collaboratori, Salvini avrebbe dichiarato: “Quando si vince non lo si fa mai da soli. Quando si perde, non lo si fa mai da soli. Ma se perdi due a zero, qualcosa va registrato”. Una frase interpretata da molti come un avvertimento diretto a chi, dentro il partito, tenta di dettare la linea in modo autonomo.

L’ipotesi di creare due anime organizzate all’interno della Lega, sulla falsariga del modello tedesco Cdu-Csu, è stata evocata da alcuni come soluzione alle tensioni. Ma Fontana ne sottolinea i rischi: “Un progetto del genere presupporrebbe una rottura, e non sarebbe indolore”. Le domande restano molte: chi gestirebbe la transizione? Come verrebbero divisi parlamentari e consiglieri regionali? Quale sarebbe la reazione dell’elettorato, già confuso da anni di cambi di rotta?

Nel frattempo, il governatore lombardo ha cercato di rilanciare un messaggio politico unitario insieme ai colleghi del Nord, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, proponendo un’iniziativa simbolica: una foto comune accompagnata dalle parole “Autonomia, territori, moderazione”. Un gesto che avrebbe dovuto segnare una presa di posizione chiara, ma che non ha ancora trovato concretezza. Fontana, commentando l’impasse, avrebbe scherzato amaramente: “Se va avanti così, mi rimetto a giocare a golf”.

Dietro l’ironia si cela la frustrazione di chi sente di dover difendere un modello lombardo di efficienza e autonomia sempre più sotto pressione. “L’inchiesta su Milano è un attacco politico a un sistema che funziona”, avrebbe dichiarato il governatore durante una riunione di giunta. “Se si distrugge il modello lombardo, salta in aria la parte del Paese che produce e regge i conti pubblici”. E proprio per questo, ha annunciato l’intenzione di chiedere maggiore libertà nella gestione delle risorse regionali, in particolare nel settore sanitario: “Se a Roma le riforme sull’autonomia e il federalismo fiscale non avanzano, useremo i nostri soldi, visto che abbiamo i conti in ordine”.

Fontana guarda alla Capitale come a una controparte più che a un alleato, e la sua analisi politica fotografa un’Italia polarizzata: “Il Paese oggi si regge su due persone: Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Se una decidesse di tornare alla vita privata e l’altro al suo mestiere di commercialista, non resterebbe nessuno”.

In questo scenario, la Lega si trova davanti a un bivio storico. Da un lato, la spinta nazionalista e identitaria guidata da Salvini e sostenuta da Vannacci; dall’altro, il richiamo delle origini territoriali e autonomiste incarnato da Fontana e dai governatori del Nord. La sfida, per il partito, sarà riuscire a conciliare queste due anime senza frantumarsi, recuperando al contempo la fiducia di un elettorato che inizia a guardare altrove.

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