Una mattina d’autunno, il Teatro di Varese si è trasformato in un’aula di riflessione e ispirazione. Davanti a oltre mille studenti delle scuole superiori, Federico Faggin – il fisico e inventore che ha rivoluzionato la storia dell’informatica creando il primo microprocessore – ha raccontato la sua straordinaria avventura umana e scientifica. Ma più che parlare di tecnologia, ha scelto di parlare di coscienza, di interiorità e, soprattutto, di amore.
L’incontro, promosso da Radio Missione Francescana, è stato moderato da Antonio Franzi e arricchito dagli interventi di studiosi come Luca Guido Molinari, Andrea Tomasi e Davide Tosi. Eppure, il centro della mattinata è stato Faggin stesso, che a 84 anni conserva l’energia e la curiosità di un ragazzo, unite a una visione del mondo che trascende la logica meccanica delle macchine da lui create.
Sin dall’inizio, ha catturato l’attenzione del pubblico raccontando le origini della sua passione. Da bambino amava costruire con il Meccano e sognava di diventare ingegnere aeronautico. La spinta a creare, a mettere le mani su qualcosa di concreto, è stata la scintilla che lo ha portato a studiare fisica e, in meno di quattro anni, a laurearsi. La sua carriera iniziò alla SGS, unica azienda italiana impegnata allora nella produzione di semiconduttori, dove ebbe modo di lavorare sulle prime tecnologie MOS.
Nel 1968, la sua vita cambiò direzione: partì per gli Stati Uniti e approdò alla Intel. È lì che nacque il 4004, il primo microprocessore della storia, una minuscola invenzione capace di racchiudere in sé la potenza di un intero calcolatore. Era il 1971, e il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Ma Faggin non si fermò: progettò altri processori fondamentali come l’8080 e poi fondò la Zilog, dove vide la luce lo Z80, cuore pulsante dei primi computer portatili.
Eppure, nonostante i successi, qualcosa dentro di lui rimaneva sospeso. “Avevo tutto, ma non ero felice”, ha confessato durante l’incontro. L’uomo che aveva dato vita all’era digitale iniziava a interrogarsi sulla natura della coscienza e del significato dell’esistenza. Così, nel 1990, un’esperienza interiore lo segnò per sempre: una notte, in un momento di quiete, sentì un’energia potente irradiarsi dal petto, un’ondata di amore incondizionato e di luce che sembrava abbracciare ogni cosa. Da quella rivelazione nacque la sua convinzione più profonda: il vero significato dell’esistenza è l’amore.
Da allora, Faggin ha un messaggio chiaro per la scienza e per le nuove generazioni: l’uomo non è soltanto un insieme di processi fisici. La coscienza, dice, è ciò che ci rende unici, ciò che nessun algoritmo potrà mai replicare. Il computer può elaborare simboli, ma non può comprenderne il significato. “La scienza deve riconoscere l’interiorità, altrimenti verrà superata e dominata dalle macchine che ha creato”, ha ammonito.
Davanti agli studenti, ha invitato a non lasciarsi abbagliare dall’intelligenza artificiale, che “non sa nulla di più di noi, perché le manca la consapevolezza del significato”. L’amore, ha insistito, non può essere programmato, né simulato. È l’unica forza capace di unire, di dare senso, di farci davvero umani. “Guardate dentro di voi, riconoscete chi siete. L’amore e la cooperazione sono le uniche bussole che possono guidarvi”, ha detto con voce ferma e accorata.
Le sue parole hanno lasciato un segno profondo nei ragazzi presenti, che hanno posto domande sincere e curiose. In un’epoca dominata da schermi e connessioni digitali, Faggin ha ricordato che la vera connessione avviene solo tra esseri coscienti. Non si tratta di respingere la tecnologia, ma di comprenderne i limiti e di non delegare ad essa ciò che appartiene alla sfera più intima dell’essere umano: l’amore, la libertà e la consapevolezza.
Nella serata, lo scienziato è tornato sul palco del Teatro di Varese per un incontro dedicato agli adulti, già da giorni sold out. Un segno che, ancora oggi, le persone cercano risposte autentiche in un mondo sempre più dominato dalle macchine. E Faggin, con la serenità di chi ha attraversato la frontiera tra scienza e spirito, ha ricordato a tutti che il futuro dell’umanità non si misura in bit o in potenza di calcolo, ma nella capacità di amare.
Perché, come lui stesso ha detto, “l’amore è l’unico significato”.