La notifica di un rinvio a giudizio per Nicolai Lilin — nome d’arte di Nicolai Verbjbitkii, autore di Educazione siberiana — segna l’apertura di un procedimento penale che unisce elementi di cronaca, informazione internazionale e rischio per l’incolumità di cronisti sul campo. La pubblicazione di video in cui lo scrittore rivolgeva parole minacciose e ingiuriose nei confronti della giornalista Stefania Battistini e dell’operatore Simone Traini, entrambi inviati Rai, ha portato la Procura di Milano a ritenere sussistenti gli estremi di reato per diffamazione aggravata e minaccia grave.

I fatti contestati risalgono all’estate 2024, quando Battistini e Traini hanno realizzato un reportage che documentava un’incursione di soldati ucraini in territorio russo, episodio che ha innescato reazioni dure da parte delle autorità di Mosca. Il servizio — trasmesso dalla Rai il 14 agosto — ha provocato l’emissione, da parte del tribunale distrettuale di Kursk, di un mandato d’arresto internazionale per «ingresso illegale nella Federazione Russa»: provvedimento che ha costretto i due giornalisti a vivere sotto scorta e ad assumere misure straordinarie di sicurezza.

Nel giro di pochi giorni, lo scrittore ha pubblicato su YouTube messaggi in cui raccomandava cenni di cautela ai cronisti evocando, in termini coloriti, il rischio di avvelenamenti — il riferimento al polonio nel tè — e citando i servizi segreti russi in modo allusivo. La Procura milanese, coordinata dalla pm Francesca Crupi, ha valutato quei passaggi come oltre la soglia dell’ironia o della critica politica, configurando invece una minaccia grave rivolta a due professionisti dell’informazione impegnati in una zona di conflitto.

Accanto alla posizione dell’autore del best seller, la vicenda ha fatto emergere anche altre condotte minacciose diffuse via social. Due soggetti sono stati iscritti nel registro degli indagati e saranno processati a Milano: un ingegnere cinquantenne accusato di commenti particolarmente feroci su Telegram e un altro uomo — disoccupato, cinquantenne anch’egli — le cui frasi, sempre su Telegram, evocavano epiteti e chiose violente rivolte ai due cronisti. Le difese di questi ultimi hanno proposto argomentazioni diverse: per il primo, il legale ha prospettato carenze nella querela rispetto al contesto; per il secondo, l’avvocata d’ufficio ha sostenuto che le espressioni, per quanto inopportune e di cattivo gusto, sarebbero sostanzialmente prive di un concreto contenuto realizzabile, essendo dichiarazioni paradossali e non provenienti da soggetti con la capacità di mettere in atto le condotte minacciose evocate.

La notifica del procedimento a Lilin — recapitata durante una sosta in aeroporto — ha scatenato reazioni diverse. La difesa ha chiesto che si valuti l’effettiva intenzione dell’autore nei video, tra ironia e retorica cruenta; la procura, dal canto suo, punta a stabilire se le frasi abbiano avuto l’effetto di intimidire i giornalisti e di esporli a un serio pericolo. Un elemento aggravante agli occhi dell’accusa è proprio il contesto internazionale: Battistini e Traini erano impegnati in attività giornalistica in zone di guerra e, in seguito all’uscita dei servizi, si sono trovati al centro di una campagna diffamatoria e di minacce che ne ha compromesso la sicurezza personale.

Oltre alla dimensione penalistica, il caso solleva questioni di ordine pubblico e democratico. La facilità con cui minacce e invettive si diffondono su piattaforme social pone interrogativi sulla tutela dei giornalisti, sulla robustezza degli strumenti di prevenzione e sulla responsabilità degli autori di contenuti virali. Organismi per la libertà di stampa e associazioni giornalistiche sottolineano come la protezione degli operatori dell’informazione costituisca un requisito fondamentale per la democrazia, specie quando il lavoro di cronaca riguarda teatri di conflitto e interessi geopolitici.

Infine, la vicenda interpella il confine tra critica politica e istigazione alla violenza. La satira e la polemica aggressiva rientrano nella dialettica pubblica, ma quando la comunicazione supera la soglia della minaccia reale e diretta, lo Stato entra in gioco per difendere la sicurezza individuale e il diritto all’informazione. Il dibattimento che si aprirà davanti ai giudici milanesi offrirà così l’occasione per delineare con chiarezza i limiti del discorso pubblico e per ribadire il principio secondo cui la libertà di espressione non può tradursi in impunità per chi incita all’odio o alla violenza contro chi svolge il proprio mestiere di giornalista.

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