BRUXELLES – Il dibattito sulla sicurezza europea entra in una fase decisiva. Alla riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, convocata dopo il vertice dei ministri della Difesa della Nato, il segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha lanciato un messaggio chiaro agli alleati: «Tutti devono contribuire, non ci possono essere scrocconi». Una dichiarazione che riflette il crescente malumore di Washington per il peso finanziario e militare che, a quasi tre anni dall’inizio del conflitto in Ucraina, grava ancora in larga parte sugli Stati Uniti.

Hegseth ha ribadito che, se Mosca continuerà nella sua offensiva, «gli Stati Uniti e i loro partner adotteranno misure adeguate per imporre costi significativi alla Russia». Il segretario ha anche precisato che il Dipartimento della Guerra è pronto ad agire «in modi che solo gli Stati Uniti possono mettere in campo», confermando di fatto la disponibilità di Washington a mantenere un ruolo guida, ma solo se gli alleati europei faranno la loro parte.

L’invito americano e il piano PURL

Al centro del confronto c’è il programma “Prioritized Ukraine Requirements List” (PURL), lo strumento che ha sostituito le precedenti donazioni dirette di armi statunitensi a Kiev. Con il nuovo modello, gli alleati della Nato devono finanziare direttamente l’acquisto di armamenti prodotti negli Stati Uniti per sostenere l’Ucraina.

Quando l’iniziativa fu lanciata, solo sei Paesi — tra cui Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia e Germania — avevano aderito. Oggi i partecipanti sono saliti a sedici, ma mancano ancora attori fondamentali come Regno Unito, Francia, Italia e Spagna. Londra, per ora, si è limitata a far sapere che «valuterà con attenzione» la possibilità di unirsi.

Le parole di Hegseth risuonano come un richiamo politico forte, più che come una semplice richiesta tecnica: l’America non intende più accollarsi da sola il costo della difesa europea.

La Nato e le nuove minacce

Il tema centrale del vertice Nato è stato il rafforzamento delle capacità difensive in risposta alle incursioni russe nello spazio aereo europeo, aumentate negli ultimi mesi. Gli alleati hanno discusso strategie di deterrenza e coordinamento delle forze aeree, evidenziando la necessità di una maggiore interoperabilità tra i sistemi di difesa dei vari Paesi membri.

Parallelamente, la discussione si è spostata in ambito europeo, con la presentazione della roadmap Ue sulla difesa. Il documento, elaborato dalla Commissione e dai rappresentanti dei Ventisette, mira a colmare entro il 2030 le carenze militari dell’Unione, definendo un percorso ambizioso verso un’autonomia strategica condivisa.

La roadmap europea per la difesa

Il piano prevede quattro progetti chiave: un’iniziativa comune per la difesa dai droni, il rafforzamento del fianco orientale, la creazione di uno scudo aereo e di uno scudo spaziale. L’obiettivo è costruire una rete di protezione multilivello capace di rispondere alle minacce ibride, informatiche e missilistiche.

L’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha sottolineato che «le strategie militari saranno coordinate con la Nato, ma l’approvvigionamento dovrà essere gestito dagli Stati membri». L’Unione europea, quindi, assumerà un ruolo di coordinamento economico e industriale, più che operativo.

Entro il 2027, la Commissione prevede che almeno il 40% degli appalti per la difesa europea venga realizzato congiuntamente, un traguardo ambizioso che punta a rafforzare la competitività dell’industria militare europea e a ridurre la dipendenza da fornitori esterni.

La Germania in prima linea

La Germania si è proposta come capofila dello “European Air Defence Shield”, un progetto volto a sviluppare uno scudo aereo multilivello in grado di proteggere l’Europa da missili balistici e droni. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha annunciato che Berlino investirà oltre 10 miliardi di euro nei prossimi anni in sistemi di difesa aerea e in droni di nuova generazione, «a tutte le altitudini e con capacità di attacco e difesa».

Secondo Pistorius, «il comportamento ibrido della Russia sarà sempre più aggressivo» e richiederà una risposta tecnologicamente avanzata e coordinata.

Tra pressioni americane e autonomia europea

Il nuovo corso delineato tra Nato e Ue mette in evidenza un equilibrio complesso tra dipendenza atlantica e ambizione europea. Da un lato, gli Stati Uniti continuano a garantire il pilastro militare fondamentale della sicurezza occidentale; dall’altro, Bruxelles tenta di costruire una capacità di difesa autonoma, coerente con la crescente percezione di vulnerabilità del continente.

Il messaggio lanciato da Hegseth alla Nato suona come un avvertimento: l’epoca in cui Washington copriva i costi della difesa europea è finita. Per l’Unione, la sfida è ora duplice: dimostrare di saper investire nella propria sicurezza e farlo mantenendo saldo il legame con l’Alleanza atlantica.

La giornata di Bruxelles segna così un punto di svolta: l’Europa della difesa non è più solo un progetto sulla carta, ma una necessità geopolitica. E la richiesta americana di “niente scrocconi” potrebbe essere la spinta definitiva per trasformarla in realtà.

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