A Gerusalemme, nel cuore di una crisi che dura da oltre settecento giorni, si gioca il destino politico e militare di Israele. Benjamin Netanyahu, primo ministro ormai abituato alle emergenze, ha dovuto rinunciare a un raro momento di pausa nel deserto del Negev per rimanere nella capitale. Lì, in un clima teso e incerto, si discute il delicato accordo di tregua mediato dal Cairo, volto a interrompere temporaneamente un conflitto che sembra non trovare fine.
La riunione di governo, svoltasi in un’atmosfera di forte divisione interna, ha visto la partecipazione insolita di due figure americane di rilievo: Steve Witkoff, inviato speciale dell’ex presidente statunitense Donald Trump, e Jared Kushner, genero e consigliere del tycoon repubblicano. La loro presenza ha rappresentato un segnale chiaro dell’influenza che Washington continua a esercitare sulla politica israeliana e sui suoi processi decisionali in materia di sicurezza. Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, i due emissari hanno preso parte alla discussione ministeriale per ribadire la posizione americana e fare pressione affinché la tregua venisse approvata.
Non tutti, però, condividono la necessità di fermare i combattimenti. I ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, esponenti della destra ultranazionalista e rappresentanti dei coloni, hanno espresso apertamente la loro contrarietà al cessate il fuoco. Ben-Gvir ha paragonato Hamas a Hitler, rifiutando qualsiasi idea di compromesso, mentre Smotrich ha dichiarato che l’accordo non deve segnare la fine della guerra, ma solo una fase temporanea. Entrambi hanno votato contro, ma non hanno lasciato la coalizione di governo, consapevoli che una rottura in questo momento potrebbe indebolire la loro stessa posizione politica.
La tensione è cresciuta ulteriormente quando, nel pieno dei negoziati, Ben-Gvir ha deciso di recarsi sulla Spianata delle Moschee, proclamando che “il Monte del Tempio appartiene a Israele”. Una provocazione che ha rischiato di far deragliare i fragili progressi raggiunti nei colloqui con le parti coinvolte. Netanyahu, pur irritato dalle loro azioni, non ha rimosso i due ministri, preferendo mantenere l’equilibrio interno della coalizione, anche a costo di apparire indeciso.
L’opposizione, dal canto suo, ha scelto di sostenere l’intesa con una sorta di “rete di sicurezza politica”, pur avvertendo che tale appoggio non durerà a lungo. L’obiettivo è chiaro: evitare che l’attuale governo sfrutti la tregua per rafforzarsi e, nel contempo, spingere verso elezioni anticipate, forse già all’inizio del prossimo anno.
Netanyahu, consapevole del rischio, sembra tentare di guadagnare tempo. Se la tregua dovesse portare alla liberazione degli ostaggi ancora detenuti a Gaza, potrebbe sfruttare l’evento come prova della sua capacità di garantire sicurezza e leadership. Tuttavia, gli osservatori politici israeliani sottolineano come il consenso nei suoi confronti resti fragile. Molti cittadini non hanno dimenticato il trauma del 7 ottobre 2023, data simbolo di uno dei momenti più bui nella storia recente del Paese.
Il premier è dunque stretto tra due fuochi: da una parte le pressioni internazionali, in particolare quelle provenienti dagli Stati Uniti, che chiedono una stabilizzazione della regione; dall’altra i suoi alleati interni, che rifiutano qualsiasi compromesso e puntano a una vittoria totale. In questo equilibrio precario, Netanyahu gioca la partita decisiva della sua carriera politica.
Mentre il Medio Oriente osserva con apprensione, Israele si trova davanti a un bivio storico. L’accordo di tregua, seppur fragile, rappresenta un’opportunità per riaprire un dialogo interrotto da anni di guerra e rancori. Ma senza una reale volontà politica di entrambe le parti, il rischio è che tutto si dissolva in pochi giorni, lasciando sul campo solo nuove macerie e vecchie ferite. In un contesto così incerto, la leadership israeliana si trova costretta a scegliere se puntare sulla diplomazia o restare intrappolata nella spirale del conflitto.