Il prestigioso Premio Campiello, istituito e promosso dagli industriali del Veneto sin dal 1962, ha tradizionalmente cercato di premiare opere di narrativa italiana, evitando quelle di carattere saggistico. Questo è quanto stabilisce il suo regolamento. Tuttavia, negli ultimi anni, sembra che l’orizzonte della narrativa, soprattutto quella romanzesca, stia cambiando e spostandosi in direzioni che infrangono i confini del genere tradizionale. Quest’anno, nella sua 63ª edizione, che si conclude con l’assegnazione della celebre ‘vera da pozzo’, almeno tre dei cinque libri finalisti sembrano staccarsi fortemente dalla dimensione narrativa.
La scelta di includere opere che sfumano nel saggistico, basate su attente ricerche storiche, sembra andare contro quanto previsto dal regolamento del premio. Pur non potendo contestare il voto della giuria, è inevitabile chiedersi le ragioni di una tale selezione, considerando che solo due delle opere finaliste rispondono pienamente ai requisiti di narrativa.
Federico Bertoni, docente di Teoria della Letteratura all’Università di Bologna e membro della giuria del Campiello, ha criticato la situazione della letteratura italiana contemporanea, evidenziando una produzione sterminata che mostra conformismo narrativo e un ampio uso di stereotipi per attirare il pubblico. Ha lanciato un appello alle case editrici, invitandole a focalizzarsi non solo sulle vendite ma sulla qualità della produzione letteraria.
La lista dei finalisti presenta opere che, malgrado la loro qualità letteraria, mostrano una certa inclinazione verso la dimensione storiografica. Un esempio eccellente è “Bebelplatz” di Fabio Stassi, che esplora il potere della letteratura e offre un’analisi dettagliata di eventi storici legati ai roghi di libri durante il regime nazista. Anche “Troncamacchioni” di Alberto Prunetti si basa su una ricostruzione storica delle lotte di anarchici e comunisti in Alta Maremma. Sebbene entrambi i libri offrano letture coinvolgenti, la loro struttura saggistica contrasta con i criteri di narrativa pura.
“Nord Nord” di Marco Belpoliti esplora il concetto del ‘nord’ attraverso una lente autobiografica, mentre “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco racconta la vita di Ferdinando Palasciano, un medico rivoluzionario, attraverso un racconto storico e personale. Infine, “Inverness” di Monica Pareschi presenta una raccolta di racconti incentrati su temi di relazione, solitudine e desiderio, mostrando una narrativa vivace e coinvolgente.
Queste ultime due opere portano respirazione e significato a un premio che rischiava, altrimenti, di perdere la sua anima narrativa tradizionale. Esse dimostrano che la narrativa, nonostante le difficoltà, può ancora brillare in forme che alternano innovazione e tradizione.