La sera del 8 settembre, i sostenitori del ‘no’ ad un possibile riavvio dei negoziati d’adesione con l’Unione Europea (UE) in Islanda festeggiavano già prima dell’annuncio ufficiale dei risultati. I votanti hanno espressamente scelto di non riaprire le trattative, respingendo con una stretta maggioranza del 52,8% contro il 47,2% la possibilità di riprendere i negoziati per l’adesione.
Un colpo duro per Reykjavík e Bruxelles:
Il risultato è un duro colpo sia per il governo islandese che per l’UE. Il referendum, proposto dal governo islandese, era diventato una questione centrale durante il suo mandato.
Partecipazione elevata:
L’interesse per il referendum è stato alto e la votazione ha visto una maggiore partecipazione rispetto all’ultima elezione parlamentare. La prima ministra Kristrún Mjöll Frostadóttir ha dichiarato: "È stata una gioia vedere tanta gente coinvolta attivamente in questo dibattito".
Il discorso del ‘no’ prevalente:
La campagna contro l’adesione all’UE si è concentrata principalmente sul tema della sovranità nazionale, un argomento caro ai cittadini islandesi. La paura di perdere il controllo sugli affari pescherecci e la tradizionale diffidenza verso Bruxelles hanno convinto molti isolani a respingere qualsiasi possibilità di negoziato.
Il dibattito su pesca:
La sovranità sui pesci è stata l’argomento centrale della campagna del ‘no’. Molti islandesi temono che un’adesione all’UE potrebbe portare a una perdita di controllo sulle quote di pesca e sulla gestione delle acque territoriali.
La campagna del ‘sì’ non ha convinto:
Le argomentazioni di chi era a favore dell’adesione, come l’adozione automatica delle regole europee anche senza un voto nel processo decisionale o i vantaggi della moneta unica per abbassare il costo di vita, sono state ignorate dalla maggior parte dei votanti. Anche la sicurezza e la geopolitica hanno avuto poco peso nella discussione.
I risultati regionali:
Le zone rurali dell’Islanda si sono schierate in massa contro l’adesione, con quasi il 63% della popolazione nelle regioni agricole e pescherecce a votare ‘no’. Solo le due circoscrizioni di Reykjavík hanno dato un risultato favorevole al riavvio dei negoziati.
La giovinezza divisa:
Un sondaggio precedente suggeriva che i giovani tra 18 e 29 anni fossero propensi a votare ‘sì’, ma in agosto il numero di quelli favorevoli era sceso al 40%. "Il campo del ‘no’ ha venduto il referendum come se fosse già un voto per l’adesione", dice Maximilian Conrad, politologo e esperto dell’UE all’Università dell’Islanda a Reykjavík.
Una prospettiva lungimirante:
La conclusione del referendum ha causato una delusione sia in Islanda che nell’Unione Europea. Il paese, pur non essendo membro, è stretamente legato all’UE attraverso l’AEE e la proposta di riaprire i negoziati era vista come un passo importante per rafforzare le relazioni geopolitiche.
Il futuro delle relazioni:
Nonostante il risultato contrario al ‘sì’, è chiaro che anche in caso di sconfitta, il governo islandese si impegnerà a mantenere strette relazioni con l’UE. "Se la risposta fosse stata diversa, avremmo cercato di approfondire le nostre collaborazioni", aveva anticipato la prima ministra prima del referendum.
La prospettiva da Bruxelles:
Da parte dell’Unione Europea, il risultato è stato interpretato come un segno che l’Islanda non è pronta per l’adesione. "Ci saranno voluti anni prima di poter riprendere seriamente la discussione", afferma Hallgrímur Oddsson, fondatore del think tank Evrópustraumar.
La geopolitica dell’Arctic:
Un passo avanti dall’Islanda verso l’UE sarebbe stato un segno di unità europea nel mondo e avrebbe potuto offrire una maggiore stabilità nella regione settentrionale. Invece, resta aperta la possibilità che il paese possa tornare a discutere dell’adesione solo in caso di cambiamenti sostanziali nelle relazioni tra l’AEE e l’UE.
Il bilancio finale:
Nonostante i sostenitori del ‘sì’ si aspettassero un risultato diverso, il voto popolare ha confermato la volontà dei cittadini islandesi di mantenere un controllo stretto sulle proprie politiche economiche e sociali. Il dibattito attorno al referendum dimostra come le questioni geografiche ed etniche siano fondamentali nel processo decisionale.
L’Islanda e l’UE:
Mentre i governi cercano di gestire il risultato, resta aperta la strada per una possibile revisione dei rapporti futuri tra Reykjavík e Bruxelles. "Il solo evento che potrebbe cambiare questa situazione sarebbe un grande shock esterno", sostiene Oddsson.


