Secondo una recente indagine del centro legale americano Global Echo Litigation Center, quasi uno su cinque degli alimentari israeliani entrati nell’Unione Europea (UE) tra il 2017 e il 2026 proviene dalle colonie illegali nel Territorio Palestinese Occupato o nel Golan Alta. Questo rapporto evidenzia come la distinzione tra prodotti israeliani e quelli provenienti da territori occupati spesso non sia rispettata in pratica.

Colonie illegali e commercio internazionale

Il commercio di questi prodotti è illegale secondo le norme internazionali. Le colonie costruite dall’Israele nel Territorio Palestinese Occupato dopo la guerra del 1967 sono considerate illegali dal diritto internazionale e dalla Corte Internazionale della Giustizia (CIJ), che ne ha riconosciuto l’illegalità.

Prodotti sospetti in Europa

Il rapporto indica che oltre 5.900 spedizioni di frutta secca, agrumi e tahini sono state inviate dall’Israele alla UE, Regno Unito, Norvegia e Svizzera tra il 2017 e il 2026. Di queste, il 17,2% proviene dalle colonie illegali nel Territorio Palestinese Occupato o dal Golan Alta.

Metodi di mascheramento

Global Echo ha identificato tre metodi principali utilizzati dagli esportatori per nascondere l’origine dei prodotti: alcuni elencano il luogo effettivo della produzione nei territori occupati e dichiarano Israele come paese di origine, altri creano indirizzi falsi all’interno dell’Israele, mentre altri mescolano la merce proveniente dai territori occupati con quella prodotta in Israele.

Sfide legali a livello europeo

Il gruppo sta presentando accuse contro l’UE e il Regno Unito per richiedere che gli uffici doganali e le autorità di protezione del consumatore agiscano. Queste azioni mirano ad impedire la continua vendita di prodotti provenienti da colonie illegali nel mercato europeo.

Sussidi governativi per i produttori israeliani

Il governo israele ha un programma che restituisce le tariffe doganali a esportatori che vengono tassati per la vendita di prodotti da colonie illegali. Secondo Global Echo, queste sovvenzioni hanno ammontato a circa 63 milioni di euro dal 2006.

Etichettatura non conforme

Il rapporto sottolinea che molte etichette dei prodotti menzionano Israele come paese di origine, anche se i prodotti sono effettivamente provenienti dai territori occupati. Ad esempio, il tahini prodotto dalle colonie israeliane nel Territorio Palestinese Occupato è spesso venduto con etichette che affermano "prodotto dell’Israele".

Conseguenze legali e politiche

Le autorità doganali europee accettano frequentemente le attestazioni di conformità emesse dagli israeliani per i prodotti provenienti dai territori occupati. Questo significa che il sistema attuale, basato sulla fiducia tra esportatori e importatori, è vulnerabile a frodi.

Risposta delle istituzioni europee

Nel settembre 2025, la Commissione Europea ha proposto di sospendere le disposizioni commerciali del suo accordo con Israele dopo aver rilevato una violazione della clausola sui diritti umani. Tuttavia, i governi europei non hanno ancora adottato questa misura.

Chiamata alla rinuncia al commercio

Più di 160 organizzazioni e sindacati hanno chiesto all’Unione Europea di interrompere ogni forma di scambio con le colonie illegali per conformarsi alla decisione della CIJ.

Espansione delle sanzioni

Il governo spagnolo ha adottato un divieto nazionale sulle importazioni da colonie nel Territorio Palestinese Occupato, entrato in vigore a fine 2025. Questa mossa risponde alla crescente pressione per applicare restrizioni più ampie al commercio e alle relazioni con Israele.

Conclusione: necessità di azioni concrete

L’indagine di Global Echo evidenzia le complessità legali e morali del commercio internazionale con territori occupati. Mentre il dibattito su questa questione continua, emerge sempre più chiaramente la necessità di misure concrete per garantire che i consumatori europei non acquistino prodotti provenienti da colonie illegali.

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