Putin contraffina la morte di Khamenei e si preoccupa per il proprio futuro

Di Alessandro Torrisi ·2 min di lettura

Una Reazione Immediata Dopo la Morte di Khamenei

Meno di nove mesi dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato l’Iran, un giornalista ha chiesto a Vladimir Putin come avrebbe reagito se il leader supremo dell’Iran fosse stato ucciso nell’attacco. “Non voglio nemmeno discuterne,” rispose il presidente russo.

L’uccisione del Gran Ayatollah Ali Khamenei in un colpo di Stato guidato dagli israeliani e sostenuto dagli Stati Uniti ha obbligato Putin a reagire. L’assassinio ha attivato due dei più profondi istinti del leader russo: la paranoia riguardo alla propria longevità e una volontà di sopravvivenza politica definita dalla vittoria in Ucraina, qualunque sia il costo.

Un Comunicato Durissimo Da Mosca

Era evidente nel breve comunicato pubblicato sul sito web del Cremlino, in cui Putin condannò l’uccisione di Khamenei come “un omicidio… commesso con cinica violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale.” Era una reazione più forte rispetto a quella dopo la cattura dell’ex alleato russo, il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Eppure Putin non menzionò le nazioni responsabili dell’uccisione.

La Caduta di Gaddafi e l’Impatto sulle Politiche Russa

Nelle cerchie russe, la morte di Khamenei ha evocato paragoni con la caduta di un altro dittatore: Muammar Gaddafi. Un video girato su cellulare che mostrava il leader libico ucciso a bastonate durante l’intervento guidato dalla NATO nel 2011 lasciò Putin “apoplettico,” secondo il giornalista russo ben connesso Mikhail Zygar.

Durante un briefing stampa televisivo all’epoca, Putin disse visibilmente arrabbiato: “Hanno mostrato al mondo intero come è stato ucciso, ricoperto di sangue. È questa la democrazia?”

Un Cambiamento Politico dopo l’Assassinio di Gaddafi

Nel maggio 2012, non molto tempo dopo l’abbattimento di Gaddafi, Putin tornò alla presidenza dopo un periodo come primo ministro. Si gettò nel lavoro su una missione apparentemente per rompere con Occidente e radere al suolo la dissidenza interna.

“È stato precisamente la morte di Gaddafi a diventare un punto di svolta nella politica russa – sia estera che domestica,” scrive Alexander Baunov, fellow senior del Carnegie Russia Eurasia Center basato a Berlino. La morte di un leader alleato ha rafforzato le sue paure, ma sono probabilmente state più collegate all’intrigo palatino che ai missili NATO.

Il presidente russo sa altrettanto bene quanto chiunque altro che i dittatori che accumulano tanto potere per così tanto tempo tendono a lasciare la carica in una delle due maniere: o sotto arresto o dentro un cofanetto.

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