Israele limita l’accesso alle ONG a Gaza: crescenti preoccupazioni per la crisi umanitaria
Con l’inizio del 2026, Israele ha annunciato la revoca dell’autorizzazione a operare nei territori palestinesi, inclusa la Striscia di Gaza, per 37 organizzazioni non governative (ONG). La decisione, che ha sollevato immediate proteste a livello internazionale, potrebbe avere conseguenze significative sulla già precaria situazione umanitaria nella regione. Le ONG hanno tempo fino a marzo per lasciare l’area.
Restrizioni e motivazioni
Stando a quanto riportato, la procedura di ri-autorizzazione delle ONG, avviata nel marzo scorso, prevede requisiti stringenti, tra cui la fornitura di dati completi sui dipendenti, compresi profili social, email e numeri di telefono privati. Israele giustifica queste misure con la necessità di garantire che le organizzazioni rispettino le normative nazionali e non siano coinvolte in attività che possano compromettere la sicurezza dello Stato. Tuttavia, le ONG denunciano che tali richieste violano la privacy e la libertà di espressione, aprendo la strada a possibili abusi.
Il ministero israeliano responsabile della questione, quello della Diaspora, afferma che le 37 ONG rappresentano solo il 15% del totale di quelle autorizzate a operare nei territori palestinesi e che movimentano appena l’1% del volume totale degli aiuti. Questa affermazione è contestata dalle organizzazioni umanitarie, che sottolineano come il loro lavoro vada oltre la semplice distribuzione di beni materiali. Ad esempio, i chirurghi di Medici Senza Frontiere che operano tra le tende di Gaza, o i tecnici di Oxfam che si occupano di potabilizzare l’acqua, forniscono servizi essenziali che non possono essere facilmente sostituiti da aiuti forniti tramite camion.
Reazioni internazionali e preoccupazioni
La decisione israeliana ha suscitato forti reazioni a livello internazionale. L’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le possibili conseguenze umanitarie, definendo la sospensione delle agenzie umanitarie “scandalosa” e temendo un ulteriore peggioramento della situazione a Gaza. Anche Hamas ha condannato la decisione, definendola “criminale”.
Diversi paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera, hanno lanciato un appello a Israele affinché riconsideri il provvedimento. L’Italia, tuttavia, non ha aderito a questa richiesta.
Precedenti e sospetti
Questo non è il primo caso di restrizioni imposte da Israele alle ONG operanti nei territori palestinesi. In passato, Tel Aviv ha già cercato di limitare l’attività di organizzazioni come l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA), accusando alcuni suoi operatori di legami con Hamas. Le accuse, spesso prive di prove concrete, hanno portato alla chiusura dell’UNRWA e alla sua sostituzione con la Fondazione Ghf, un’organizzazione che ha sollevato diverse polemiche per le condizioni in cui vengono distribuiti gli aiuti alimentari.
Le nuove regole imposte alle ONG prevedono anche il vaglio delle opinioni dei loro operatori. Basta un “ragionevole sospetto” che un dipendente si sia espresso a favore del boicottaggio di Israele o abbia messo in dubbio la sua democrazia o il diritto alla sua esistenza per negare o revocare l’autorizzazione. Questo solleva preoccupazioni sulla libertà di espressione e sul diritto alla difesa.
Philippe Ribero, capo di Medici Senza Frontiere nei Territori palestinesi occupati, ha dichiarato che i presunti legami con Hamas di alcuni collaboratori non sono mai stati provati da Israele e che non è stata offerta la possibilità di contestare le accuse.
Tra le organizzazioni colpite dalla decisione figurano Oxfam, Medici Senza Frontiere, il Comitato Norvegese per i rifugiati, Defense for Children International, l’International Rescue Committee, Action Aid e Medico.
La situazione rimane tesa e si teme che la decisione israeliana possa avere un impatto devastante sulla popolazione civile di Gaza, già duramente provata dalla guerra e dalla crisi umanitaria in corso.