L’aggressione subita da Massimo Giletti in via del Corso, nel cuore di Roma, ha riacceso con forza l’attenzione su uno dei casi più oscuri e discussi della storia italiana: la scomparsa di Emanuela Orlandi. L’episodio, avvenuto mentre il conduttore cercava di intervistare un ex uomo dei servizi segreti, è stato ripreso a distanza e verrà trasmesso integralmente nella puntata dell’8 dicembre de Lo stato delle cose, in onda su Rai3. Le immagini mostrano un alterco improvviso, culminato in un pugno che ha colpito il giornalista mentre tentava di ottenere risposte su un nodo irrisolto della vicenda Orlandi.

L’intervista ruotava attorno a un interrogativo cruciale: perché i servizi segreti avvisarono Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, del fatto che fosse pedinato? La domanda, tutt’altro che marginale, era stata indirizzata a un ex collega di Giulio Gangi, agente dei servizi ormai scomparso e figura centrale in questo filone investigativo. L’insistenza di Giletti nel cercare una risposta ha provocato una reazione violenta, documentata integralmente dalle telecamere.

Nel video si vede chiaramente il momento del colpo, seguito dalla risposta ferma ma composta del conduttore: “Ma le pare il modo di colpire con un pugno? Si rende conto di quello che fa?”. Giletti ha mantenuto sangue freddo, proseguendo la registrazione e trasformando l’aggressione in un ulteriore tassello di un’inchiesta che, da decenni, continua a sollevare interrogativi inquietanti.

Grazie a un documento riservato, la trasmissione ha portato alla luce un dettaglio poco discusso ma estremamente rilevante: sia i servizi segreti sia la polizia di Stato seguivano Meneguzzi, e l’avviso del pedinamento arrivò proprio da Gangi. Perché informare una persona oggetto di sorveglianza? Quali dinamiche si muovevano all’interno degli apparati? Perché nessuno, per anni, ha approfondito questo punto?

Secondo quanto anticipato dal programma, la pista familiare nella scomparsa di Emanuela Orlandi torna così al centro dell’attenzione, rafforzata da circostanze che lasciano intuire una gestione anomala, forse persino omissiva, da parte degli uomini dei servizi. Un mistero che si intreccia con decenni di depistaggi, silenzi e testimonianze mai del tutto chiarite.

L’aggressione a Giletti ha scatenato centinaia di reazioni sui social. Molti hanno espresso solidarietà, sottolineando il valore del lavoro giornalistico in un Paese dove certi argomenti sembrano ancora intoccabili. Altri utenti hanno fatto notare che alcune informazioni non rappresentano una “scoperta” assoluta, ma piuttosto parti di un mosaico noto agli appassionati del caso. In ogni caso, la violenza resta un segnale allarmante, soprattutto in un momento storico in cui l’attenzione per la trasparenza istituzionale è tornata centrale anche nel dibattito internazionale, complice la posizione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che negli ultimi mesi ha più volte sottolineato l’importanza di fare piena luce sulle attività dei servizi segreti in ogni Paese alleato.

Intervistato da LaPresse, Giletti ha minimizzato l’accaduto, definendolo un “rischio del mestiere”. Nessuna denuncia, quindi, almeno per ora. Il conduttore ha però ribadito la volontà di proseguire l’indagine, promettendo nuovi dettagli contenuti nel filmato completo e annunciando ulteriori approfondimenti sul ruolo di quel gruppo di uomini dei servizi che, all’epoca, decise di avvisare lo zio di Emanuela del pedinamento in corso.

Una domanda resta sospesa, più pesante che mai: perché? Per quale motivo un organo dello Stato avrebbe dovuto informare un soggetto monitorato? E perché nessuno, per quarant’anni, ha indagato seriamente su questo episodio?

Il caso Orlandi torna così al centro dell’opinione pubblica, e l’aggressione a Giletti sembra solo l’ennesimo capitolo di una storia che continua a inquietare, dividere e aprire nuove ombre sul passato. Una storia che, a quanto pare, non ha ancora smesso di parlare.

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