C’è un filo invisibile che lega tre delle produzioni televisive più discusse degli ultimi anni: Breaking Bad, Better Call Saul e Pluribus. Non è soltanto il nome del loro creatore, Vince Gilligan, a unirle, né il successo planetario che ciascuna ha ottenuto nel proprio contesto. A ben guardare, dietro queste tre narrazioni si nasconde un tema ricorrente, una sorta di marchio inconfondibile che attraversa i loro protagonisti e le atmosfere che li circondano. Un tratto emotivo, umano, profondissimo: l’infelicità.

Prima di arrivare a questo punto, però, vale la pena osservare le tre serie nel loro percorso. Breaking Bad ha rivoluzionato il modo di raccontare l’antieroe moderno, portando sullo schermo Walter White, un uomo comune che si trasforma in un signore della droga per disperazione e ambizione. Better Call Saul, nato come spin-off, ha mostrato il graduale scivolamento morale di Jimmy McGill fino alla metamorfosi in Saul Goodman, ampliando e approfondendo l’universo narrativo della serie madre. Pluribus, invece, è la nuova incursione di Gilligan nel mondo della narrazione a lungo respiro, un progetto innovativo distribuito su Apple TV che esplora il concetto di felicità come contagio globale, attraverso una protagonista che non riesce a provarla nemmeno quando tutti gli altri ne sono travolti.

Pur appartenendo a generi diversi e raccontando storie apparentemente lontane, le tre opere rivelano un elemento unificante: i loro personaggi principali sono anime tormentate, in lotta con un vuoto interiore che nessun successo, nessuna fama, nessuna conquista riesce davvero a colmare.

Walter White è l’esempio più emblematico. La diagnosi di una malattia terminale accende in lui una frenesia di controllo e potere che, invece di liberarlo, lo imprigiona sempre di più. Anche nel momento in cui costruisce un impero capace di garantire sicurezza economica alla sua famiglia, l’insoddisfazione continua a divorarlo.

Jimmy McGill, dall’altra parte, non cerca potere, ma riconoscimento. La sua intera esistenza è un tentativo disperato di dimostrare di valere qualcosa, a sé stesso e a chi lo circonda. Ogni passo avanti, ogni successo professionale, lo avvicina alla realizzazione, ma allo stesso tempo lo allontana dalla serenità. È un uomo che vuole essere amato, stimato, accettato, ma che si ritrova costantemente intrappolato tra le sue aspirazioni e le sue fragilità.

La protagonista di Pluribus, Carol Sturka, rappresenta forse il culmine di questa riflessione narrativa. Rhea Seehorn le dà vita attraverso uno sguardo inquieto, intriso di solitudine, in un mondo improvvisamente travolto da un virus che diffonde felicità. Paradossalmente, Carol è l’unica immune a questa epidemia di gioia. Mentre il resto dell’umanità sperimenta una serenità artificiale e totalizzante, lei rimane sospesa in una condizione di isolamento emotivo che la rende un’osservatrice estranea nella società che ha sempre conosciuto. Il successo come autrice non le offre alcun sollievo: l’insoddisfazione e il senso di vuoto diventano la sua condanna silenziosa.

Il tratto distintivo delle serie di Gilligan non è dunque la criminalità, il dramma legale o la distopia emotiva: è il viaggio interiore dei suoi protagonisti. Un viaggio lungo, tormentato, fatto di scelte sbagliate, conseguenze inevitabili e una ricerca incessante di qualcosa che sfugge sempre di mano. La genialità di Gilligan sta nel costruire mondi complessi in cui i personaggi sembrano poter cambiare tutto tranne ciò che pesa dentro di loro.

Breaking Bad, Better Call Saul e Pluribus raccontano infatti la stessa battaglia, declinata in tre universi diversi: quella contro l’infelicità, un avversario invisibile e potentissimo. Un nemico che, in un modo o nell’altro, rende questi protagonisti indimenticabili. E forse è proprio questo il vero segreto che collega le tre serie: non il loro autore, non l’ambientazione, non la trama, ma l’umanità fragile e imperfetta che le abita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *